I giochi del destino

“Questi aggeggi moderni non riuscirò mai a capirli… ma come si fa, ah ecco…”
“Pronto? Ciao papà!”
“Ciao Marco, buon compleanno.”
“Grazie papà, cosa stai facendo?”
“Marco, finisco di prepararmi e porto la mamma al mare.”
“Papà, credi sia il caso di farlo?”
“Certo, oggi è il nostro anniversario e lei ama il mare, lo sai.”
“Lo so, papà, lo so. Va bene, come vuoi, buona giornata, papà.”
“Ciao Marco.”

14 agosto 1965.

Era una mattina d’estate. Il sole, appena svegliato dal breve riposo notturno, cominciava a scaldare tutto ciò capitasse sotto il suo rassicurante mantello dorato. Il cielo era limpido, qualche batuffolo di cotone bianco interrompeva l’immensa distesa azzurra, dando l’impressione di aver trasferito il mare con le sue increspature al di sopra delle chiome degli alberi. La terra non ancora arsa dal sole brulicava di una distesa uniforme di piccoli fili d’erba: un tappeto, sotto il quale si nascondevano tanti animaletti alle prese con il lavoro quotidiano, da portare a termine prima dell’arrivo del buio. Un gruppo di uccellini svolazzava da un albero all’altro solo per il piacere di rincorrersi, e cinguettava felice spargendo l’allegra melodia in ogni direzione. L’alba, da poco superata, aveva distribuito nell’aria il suo tipico profumo di fresco, quello capace di richiamare alla memoria i ricordi felici, quello che si attacca alla pelle e ti sussurra nell’orecchio: goditi questo momento, rivivi le emozioni chiudendo gli occhi e aprendo il cuore.

L’albero più maestoso della zona proiettava la sua ombra come fosse un dipinto in bianco e nero, e faceva da scudo a Fabio, un giovanotto di vent’anni nel pieno della vita. Fabio quella notte l’aveva passata, fuori, nei campi. Il caldo opprimente di quei giorni lo aveva costretto a cercare refrigerio nell’unico modo possibile in quegli anni: all’aperto, con un vecchio lenzuolo a fare da cuscino. Aveva usato il tronco di quel vecchio, ma gigantesco albero, come lo schienale di una poltrona. Si sentiva un re adagiato sul trono mentre guardava esibirsi per lui, sopra la testa piena di riccioli neri, la compagnia dei danzatori delle stelle, con la luna a fare da direttore d’orchestra. Fu con lo spettacolo gratuito della natura negli occhi ad addormentarsi, e fu con gli zampilli caldi dei raggi del sole a svegliarsi. Quel sabato mattina Fabio era stato dispensato dai quotidiani lavori della terra, un regalo da parte del padre, impegnato in commissioni più urgenti. Se ne stava lì, immobile, sul suo giaciglio improvvisato, la sera prima, con lo sguardo rivolto verso la pianura incondizionata, a farsi coccolare dalla leggera brezza proveniente da ovest. Il pezzo di terra in cui Fabio passava le giornate, stancandosi e sudando da mattina a sera, confinava con un vecchio sentiero battuto ricoperto da un miscuglio di erba secca e pietrisco informe. Un mix letale per chi avesse avuto l’ardire di non controllare dove poggiare i piedi, prima di tentare la traversata. Un mix letale per Anna, quella mattina, troppo impegnata ad evitare l’attacco di una ferocissima ape armata fino ai denti (e troppo impegnata a non controllare dove mettere i piedi). Per questo le fu inevitabile il tuffo privo di grazia sul manto duro della strada pronto ad abbracciarla. Il capitombolo fu talmente plateale e rumoroso da non passare inosservato agli occhi di Fabio, che aveva intravisto la ragazza con la coda dell’occhio pochi istanti prima del fattaccio. Forte della giovane età, del riposo accumulato nelle ore notturne e dei muscoli ben allenati, con pochi balzi si portò immediatamente al lato di Anna, e porgendo la mano si rivolse a lei dicendo: “Sei caduta?”
Come risposta ebbe un sonoro e antipatico “No, sono qui a tenermi le ginocchia perché mi mancavano e hanno bisogno di un abbraccio!”
“Hai ragione, ho detto una sciocchezza. Ti sei fatta male?”
“No, cado perché mi riempie di felicità.”

Anna era a terra, rannicchiata su se stessa; si teneva le ginocchia, cercava di proteggerle con le mani come uno scudo protegge il suo soldato. Un rivolo di sangue, oltrepassando la barriera delle dita, precipitando verso il basso, sporcò il lato della scarpa bianca. Il viso piegato in avanti nascondeva gli occhi tenuti chiusi a causa del dolore, serrati anche durante quel primo scambio di battute, non andato del tutto bene fra i due. Fabio, rimasto in silenzio, aveva tenuto la mano tesa, aspettando di ricevere quella di Anna, aspettando di poter essere utile con un gesto, piuttosto che con le parole. Lei, stretta in quella morsa, non l’aveva ancora degnato di uno sguardo. Passati gli attimi in cui il dolore è più acuto, Anna aprì gli occhi e voltò la testa verso Fabio senza lasciar andare la presa. Quel preciso istante fu il momento in cui si videro per la prima volta. Quel preciso istante fu il momento in cui i loro occhi si incontrarono. Quel preciso istante. Fu il momento in cui i loro cuori smisero di battere autonomamente e iniziarono a battere l’uno per, tenere in vita, l’altro. Come lo schiocco di una frusta, improvvisa, sonora e quasi invisibile, giunse l’amore, appropriandosi del corpo, della mente e dell’anima dei due ragazzi. Se fosse stato presente, uno spettatore avrebbe visto due anime sovrapporsi e trasformarsi in purezza dando vita a un sentimento unico, totalizzante, imprescindibile; così, se Aristofane fosse stato lì avrebbe potuto confutare il suo mito raccontato durante il Simposio. Fabio e Anna capirono immediatamente cosa era successo: pur non avendolo mai provato prima, riconobbero l’amore vero. Una mole immensa di parole, pagine, pensieri sono state usate per descrivere il sentimento più ricercato tra gli uomini. Qualsiasi forma d’arte ha tentato attraverso la pittura, la musica, la scultura di dare forma a ciò che di più intangibile possa esistere, rappresentare l’emozione capace di far scoppiare guerre feroci in suo nome: l’amore. L’amore è così, finché non lo si prova la prima volta si cerca ad ogni costo di dargli una fisionomia, di visualizzarlo. Sentiamo la necessità di arrivare preparati al primo appuntamento con lui perché troppo preoccupati di non riconoscerlo, senza immaginare, senza sapere, senza renderci conto che sarà sempre lui a riconoscere noi. È un suo compito, una sua prerogativa. La natura, quando creò l’uomo, decise per noi, e noi possiamo solo sottometterci a questa regola. Forse è giusto così; perché prendere per la prima volta un pugno in faccia, all’improvviso, potrà, pur, fare più male del necessario, ma lascerà il ricordo intatto così com’è, per sempre, così come è il ricordo dell’amore. Imbattersi in lui, nell’amore, all’improvviso, disorienta, sconvolge, ma una volta provato crea dipendenza e non si può più farne a meno. L’amore è la sostanza stupefacente creata dalla natura per farci raggiungere vette inesplorate di felicità, ma allo stesso tempo capace di gettarci nel baratro più profondo della disperazione. L’amore è il senso che la morte dà alla vita, e Fabio e Anna, nel momento in cui unirono i loro occhi, furono travolti da una valanga di emozioni, diventando una persona unica in due corpi distinti. Anna, ripresa dallo sbigottimento dovuto all’eruzione di sensazioni che l’avevano invasa, accettando la mano di Fabio, si alzò in piedi, e lui poté fissare nelle mente, come una fotografia, l’immagine della donna più bella che avesse mai visto. I lunghi capelli biondi, racchiusi nella immancabile treccia, adornavano il viso pieno di vitalità; gli occhi nerissimi facevano da contrasto alla pelle chiara. Ma a colpire Fabio fu la sensazione di serenità emanata dal sorriso spuntato per caso sulle labbra.
“Come ti chiami?” chiese Anna, mentre il cervello le ordinava di lasciargli la mano e il cuore di stringergli anche l’altra.
“Fabio” fu la risposta sottovoce. Aveva paura, anche, di farsi sentire a causa dei primissimi rimbrotti di Anna.
“Si è strappato il vestito e mi sanguinano le ginocchia. Fabio, invece di fissarmi hai un po’ d’acqua per potermi ripulire?”
Fabio tentò di rispondere, ma riuscì solo ad emettere dei suoni senza senso capaci di far ridere di gusto Anna, e quella risata riuscì a rilassare Fabio privandolo di qualche freno inibitore di troppo.
“Sei bellissima, e non ho mai visto una ragazza diventare magnifica mentre ride.”
Anna, per non tradire l’imbarazzo dovuto a quella affermazione tanto spontanea, quanto inattesa, ma in grado di farle tremare le gambe, rispose con un fuorviante “Tu sei strano, sei incapace di dire la cosa giusta al momento giusto.” Disse accigliando gli occhi.
“Abito in quella casa vicino agli alberi di noci. Dentro c’è mia mamma. Puoi ripulirti lì. Non ti ho chiesto come ti chiami.” Disse Fabio spostandosi davanti a lei e mostrando il viso forte e gli occhi verdi.
“Anna, mi chiamo Anna”.
Senza lasciarle la mano e senza risponderle, Fabio la costrinse a seguirla, ma Anna non avrebbe fatto nulla per opporsi alla decisione del ragazzo. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per continuare a sentire il senso di protezione che Fabio le infondeva. 

I due ragazzi entrarono in casa dove la signora Marta, madre di Fabio, era alle prese con una teglia di biscotti al burro appena sfornati. Voltandosi, vide il figlio con una strana luce negli occhi tenere per mano una sconosciuta. Sconosciuta incapace di nascondere la necessità di non spostare gli occhi da Fabio. Aveva paura, distogliendo lo sguardo dal ragazzo, di perderlo per sempre. Fabio raccontò alla madre cosa fosse successo, e Marta iniziò a medicare Anna come fosse sua figlia. In realtà a Marta non servivano spiegazioni: aveva riconosciuto, affacciandosi dalle finestre degli occhi che danno sull’anima del figlio, la tempesta abbattutasi nel cuore del ragazzo, e individuando in quella ragazza solare il motivo per averla promossa a presenza fissa in casa sua da quel giorno in avanti. Ripulita dai detriti rimasti attaccati alla pelle a causa della caduta, e tolto il sangue dalle ginocchia, ringraziò la mamma di Fabio.
“Signora, è stata davvero gentile.”
“Chiamami Marta. È un piacere aiutare gli amici di Fabio” e, rivolgendo lo sguardo al figlio, aggiunse “soprattutto quando ho di fronte una donna speciale quanto te.”
“Marta, è una delle più belle bugie che mi abbiano raccontato. Ora vado, buona giornata.” replicò Anna mentre oltrepassava la porta sul retro, seguita da Fabio. I ragazzi si allontanarono dalla casa restando in silenzio. Nessuno dei due aveva voglia di mettere a tacere i mille pensieri che il cuore urlava a tutto il corpo, mentre la testa cercava invano di disciplinare l’assemblea di emozioni arrivate da troppo poco tempo, a spazzare via ciò che la vita aveva insegnato a loro fino a quel momento. Allontanatisi abbastanza per non essere visti, Fabio sussurrò “Anna, voglio rivederti.”
“Vuoi? E chi credi di essere? Sono io a concederti la possibilità di raccontarmi chi sei.” rispose la ragazza mordendosi leggermente il labbro superiore.
“Posso avere l’onore di allietarla con i racconti della mia vita, mademoiselle?” Replicò Fabio, simulando una finta e plateale riverenza. Anna iniziò a ridere coprendosi la bocca con una mano, un gesto tanto istintivo quanto pieno di dolcezza, agli occhi di Fabio, da fargli intuire che le risposte di Anna, sempre sul filo dell’indisponenza, erano solo un modo per proteggere e non mostrare a chiunque quell’anima gentile, anima rimasta celata fino a quel giorno. Fabio promise a se stesso di riuscire a scoprire chi si nascondesse dietro quel mantello di bellezza e finta indisponenza, e si disse che avrebbe provato con ogni mezzo a mantenere sempre vivo il sorriso sul viso di Anna.
“Sabato prossimo nel tardo pomeriggio andrò in paese. Se vuoi puoi accompagnarmi…”
Fabio non fece nulla per nascondere la felicità esplosa sul suo viso nell’accogliere la proposta di Anna.
“Ci sarò.” Rispose, mentre la ragazza continuò.
“Ti aspetto alla fine della grande strada, dove inizia il bosco di pini.” e lanciandosi come un gatto sul suo gioco preferito gli regalò un bacio tanto delicato quanto pieno di dolcezza sulla guancia sinistra. Quella notte Fabio non ricevette la visita di Morfeo. La sua mente era troppo impegnata a rivedere ogni istante del film in cui era stato il protagonista principale durante il giorno, mentre il cuore, con in mano un secchio gigante di potentissima colla, provvedeva a bloccare su una parete il ricordo di ogni sussulto provato.
Anna, al contrario, usò i ricordi della giornata per sprofondare in un dolcissimo sonno ristoratore, coccolata dal pensiero inconsapevole di aver appena scritto la prima pagina del nuovo libro della sua vita, quello che l’avrebbe accompagnata, tenendola per mano, sulla via della serenità. I giorni passarono veloci per i due ragazzi. Entrambi avevano puntato il cannocchiale sulla sera in cui si sarebbero potuti finalmente rivedere. Utilizzando un’immaginaria macchina del tempo, installata nella mente, hanno vissuto quel secondo incontro milioni e milioni di volte. Cercavano di prevedere ogni possibile scenario e vagliando ogni probabile battuta e risposta che si sarebbero potuti dire; la solita necessità di voler arrivare preparati all’incontro in cui solo l’impreparazione avrebbe giocato il ruolo più giusto e spontaneo per tutti.

“Mamma, io esco; vado in paese.” Urlò Fabio, mentre scappava da casa impaurito dalle possibili richieste della madre sul suo abbigliamento stranamente elegante. Anna, al contrario, non si preoccupò di cosa indossare: la sicurezza di ciò che mostrava quotidianamente all’esterno la tranquillizzava. Fabio arrivò con quindici minuti di anticipo sul posto indicato dalla ragazza. Era emozionato, così come era emozionato il suo cuore; anche lui, come Fabio, girava in tondo infastidendo gli altri organi, quando all’improvviso sia Fabio che il cuore si bloccarono. La vide all’improvviso a pochi passi da lui, e le parve più bella della prima volta. L’attesa di quei giorni passati lontani aveva amplificato la mancanza, mentre l’istinto, in combutta con i ricordi, aveva ricostruito nella sua mente un’immagine meno affascinante, con lo scopo di poter infliggere nuovamente una stilettata tra le pieghe dell’amore, un secondo colpo in grado di imprimere a vita, come un tatuaggio, il viso di Anna sul cuore di Fabio. Anna, per l’occasione, aveva raccolto i capelli, rinchiusi in una gabbia di raso rosso con la pettinatura, che lasciava scoperto il collo e parte delle spalle. La luce del tramonto metteva in risalto le forme sinuose del corpo, avvolto in un lungo vestito tenuto volutamente più aderente. Si fermò a pochi centimetri dal viso di Fabio, rimasto immobile; si fissarono negli occhi per lunghissimi istanti. Entrambi si scambiarono parole piene di incredula emozione, rimanendo in silenzio. Quel momento, provato tante volte nella loro mente, stava andando nell’unica maniera non immaginata, in silenzio. Visti da fuori, i ragazzi sembravano due statue di cera, se non fosse stato per il luccichio provenire dagli occhi. Mentre i corpi rimanevano lontani, le anime si abbracciarono e si promisero, senza chiedere il consenso, vita comune, qualunque cosa fosse successo. Tutto intorno a loro scomparve. Luci, suoni e profumi si appiattirono. Si trovarono immersi in una nebbia capace di farli sentire al sicuro e lontani da tutti, amplificando il senso di serenità, e in quell’istante l’amore pervasivo dei due ragazzi sfociò in un inatteso lungo bacio, mentre i corpi si fondevano tra di loro. L’unione delle labbra, il momento in cui uno respira l’ossigeno dell’altra; l’avvertire il tocco delicato e morbido della pelle calda; il gustare il sapore dell’amore, dell’ignoto ma profondamente rassicurante; il vivere sensazioni umane tramite emozioni irrazionali: quello è il momento in cui la vita smette di essere un insieme di attimi da dimenticare, per trasformarsi in una fotografia indelebile da portare sempre stretta tra le braccia. Quel lungo abbraccio di corpo e anima, durato pochi istanti nella realtà, ma un tempo immensamente lungo per Fabio e Anna, confluì in due mani intrecciate mentre si avviarono sul sentiero, in direzione del paese.

Le giornate passavano veloci. I due ragazzi continuarono a vivere in quell’angolo di mondo fatto di lavoro duro, impegni quotidiani scanditi dal ritmo delle stagioni e da momenti ritagliati qua e là per stare insieme. In quegli anni non era scontata la possibilità di poter passare il tempo insieme, così come non era scontata la possibilità di avere lunghi momenti di solitudine. Non esistevano telefoni, messaggi, applicazioni social e altre diavolerie elettroniche in grado di avvicinare, stando lontano, le persone. La gente, per parlare, per essere presente, doveva incontrarsi, guardarsi negli occhi o stringersi la mano. L’assenza era assenza e non poteva essere alleviata da nulla, così come la mancanza era il pasto quotidiano degli innamorati. Pasto amaro, ma con il pregio di tenere sempre in vita i sentimenti alimentati dalla forza dei ricordi. Le giornate, gli atteggiamenti, il pensiero, ciò che era giusto o sbagliato aveva una connotazione molto diversa dai nostri giorni, e Fabio e Anna non potevano né cambiare queste abitudini, né avevano voglia di farlo; erano cresciuti con quella mentalità e a loro piaceva sostenerla e seguirla. Questo era il motivo che li portò a prendere una decisione un pomeriggio di gennaio, a quattro anni di distanza dal primo incontro. Tentavano di scaldarsi a vicenda per scacciare il freddo incessante e crudele dell’inverno: li aveva tenuti lontani per venti lunghi giorni. La lunga astinenza dai loro stessi sguardi li aveva stremati. Non era mai successo prima. Si rividero e iniziarono a correre l’uno verso l’altra, senza prestare attenzione alla neve alta che inzuppava  i vestiti asciutti. Il loro abbraccio fu più simile a uno scontro. La voglia di fare, incetta del profumo della pelle, bruciava la ragione. Lunghi e appassionati baci rinfrescarono i ricordi lasciati a gozzovigliare per troppi giorni. I due ragazzi in quel momento avevano solo la necessità di stare insieme, e cercarono riparo dal freddo – e da occhi indiscreti – all’interno di una cavità naturale nel bosco dei pini. Fabio si sedette accogliendo Anna al sicuro, tra le braccia, e lei usò il corpo del ragazzo come giaciglio in cui sentirsi nuovamente una bimba coccolata (dai genitori). La testa di Anna poggiava sul viso di Fabio e lui sentiva il profumo dei suoi capelli. Fragranza che aveva imparato a riconoscere e fatto diventare un’estensione del suo corpo. Avevano un rituale: ad ogni incontro si scambiavano un fazzoletto di stoffa che avevano lasciato nel letto mentre dormivano, impregnandolo con il proprio profumo (del proprio essere) e se lo scambiavano; avevano sempre con loro un pezzo dell’altro, un amuleto magico in grado di scatenare la mandria dei ricordi a ogni respiro.
Stringendola più forte, Fabio le disse “Questi giorni sono stati troppo lunghi. Ho sentito la mancanza strapparmi la pelle, cercava a tutti i costi di farmi impazzire e ci è quasi riuscita.”
“Dai, quanto sei drammatico.” rispose Anna con la sua solita impertinenza, tentando di minimizzare sensazioni vissute e provate allo stesso modo. Lei lo conosceva. Se avesse risposto sinceramente, utilizzando i pensieri affollati nella mente che le urlavano: amore hai ragione è stata troppo dura, non ero preparata, e starti lontana diventa ogni giorno più difficile, Fabio si sarebbe rattristato, non potendo trovare una soluzione capace di renderla felice. Lui non si fece intimorire dalla battuta pungente. Anche Fabio conosceva Anna come se stesso e quelle parole non lo sorpresero. Le ignorò continuando a seminare, lanciandoli in aria, i pensieri spuntati come funghi a settembre, dopo una giornata di pioggia. Dando forza alle frasi spinte sulle labbra dalla sicurezza dei sentimenti, aggiunse “So cosa possiamo fare, anzi so perfettamente cosa posso fare io.”
Mentre lei lo guardava con aria interrogativa, non comprendendo dove volesse portarla con quelle affermazioni tanto sicure quanto improvvise, lo vide spostare la mano destra e cercare qualche oggetto abbandonato in quel ricovero di fortuna. Anna non capiva cosa stesse cercando di fare. Il posto non offriva nulla di più di pochi fili d’erba secca. Era talmente desolato e poco protettivo da essere stato snobbato anche dagli animali rimasti svegli durante l’inverno. Fabio prese quattro o cinque fili d’erba, scegliendoli tra i meno secchi. Facendo ricorso alla manualità imparata nell’intrecciare cesti  e sedie in vimini iniziò a creare una piccola treccia, annodando le due estremità. Concluse l’opera di altissimo artigianato, avvolgendo la treccia attorno al suo dito legandola a formare un piccolo cerchietto. Tutta la complessa operazione la svolse continuando a tenere Anna tra le braccia; ma, appena ebbe finito, liberò le sue gambe dal peso della ragazza. Anna era seduta sul manto freddo di terra battuta. Fabio si spostò davanti a lei, assunse la posizione di un credente di fede musulmana mentre prega rivolto verso la Mecca. Sollevò la mano stringendo l’anello composto pochi minuti primi e con voce certa, priva di tentennamenti, pervaso da una strana sensazione di sicurezza le disse “Credo di non aver mai desiderato nulla di più nella vita. Mi sono innamorato di te nel primo momento in cui i nostri occhi si sono incontrati. Continuo a innamorarmi ad ogni tuo sorriso e voglio passare ogni giorno della mia vita con te. Vuoi sposarmi?”
Il viso di Fabio emanava serenità, tranquillità, voglia di vivere, dava l’impressione di aver recitato quella scena ogni santo giorno, tanto era priva di timori o imbarazzi.
Anna fu colta alla sprovvista. Vedere l’uomo che amava compiere quel rito letto nei romanzi, ascoltato tante volte dalle signore del posto, immaginato con le amiche, le riempì gli occhi di lacrime. Sentì crescere un uragano di emozioni. L’amore provato fino a quel momento dentro di lei esplose, scalzando ogni cellula da sentimenti diversi. Si gettò d’impeto, con le braccia aperte, addosso a Fabio, ed entrambi caddero a terra. Con la voce rotta dal pianto rispose “sì, sì, sì, sì e un milione di altre volte sì! Scelgo te, e scegliendo te scelgo me e scelgo noi. Oh, Fabio, sono così felice, vorrei urlarlo al mondo!”

I ragazzi scelsero, come data per il giorno più importante della loro vita, la stessa data in cui si conobbero. Credevano nelle coincidenze, sentivano il bisogno di fare un regalo al destino e, dovendo o potendo stabilire un giorno, scelsero: venerdì 14 agosto 1970. 

Il destino, da par suo,  pur essendo beffardo, accolse il regalo e cambiò le carte in tavola. Aveva scritto la trama del loro percorso insieme, ma la cambiò in corsa. I preparativi iniziarono molto presto la mattina: il sole aveva già dato il buongiorno a tutti. C’era una sposa da preparare, e uno sposo da tenere a freno. Genitori troppo occupati nell’adornare il piccolo tavolo, spostato al centro della cucina, da farsi prendere dall’emozione. Frutta fresca, biscotti secchi, dolci alle mandorle ed una torta ripiena di marmellata, pronti per essere offerti a parenti nuovi e acquisiti dopo la cerimonia, furono disposti meticolosamente, cercando di creare sul piano rigido ricoperto con una tovaglia di lino ricamato, un piccolo arcobaleno di leccornie e genuinità. Il parroco della piccola Basilica Minore aveva preparato, la sera precedente, sia l’altare sia i paramenti più belli; il sacramento del matrimonio andava officiato come Santa Romana Chiesa ordina. Tutto era pronto per unire le anime dei due ragazzi. Un mantello cucito utilizzando cotone di vita comune, rispetto e verità andava avvolto attorno a loro, fissato con ceralacca e marchiato con il timbro riportante l’effigie del “Finché morte non ci separi”. Ma quello era un compito demandato a Dio, e solo Dio poteva e doveva farlo. 

La chiesa era gremita. Amici e parenti avevano occupato ogni centimetro del resistente legno marrone, di cui erano fatte le panche ordinate in due file parallele. I monelli erano stati lasciati fuori dal luogo sacro, si rincorrevano. Meglio tenerli occupati fra di loro, che costringerli ad un silenzio poco pratico per la loro età. Fabio attendeva, ritto come un soldato sull’attenti, in piedi, alla destra della navata. Un irriverente raggio di sole, infilatosi attraverso il rosone, e infrantosi sul vetro colorato posto alla base della cupola, lo torturava solleticandogli la guancia, ma in realtà illuminava, rendendoli più lucenti del solito, i riflessi verdi degli occhi. Anna varcò con passo leggero il portale con protiro centrale: era radiosa. L’abito bianco, privo di frivolezze eccessive, la vestiva allungando la figura esile. Lo aveva cucito lei stessa, ed era come l’aveva desiderato. Uno stilista non sarebbe stato in grado di modellare con tanta precisione ogni dettaglio inserito con uno scopo preciso. Le braccia, coperte dai lunghi guanti bianchi, si intonavano con i piccoli intarsi del corpetto morbido. Tra i capelli faceva capolino qualche fiorellino di campo. Il sorriso occupava gran parte del volto, mentre la gioia invadeva per intero corpo e spirito. La luce interiore era così evidente, da oscurare tutto ciò capitasse intorno a lei. Teneva, con la mano sinistra una piccola composizione floreale, mentre con il braccio destro stringeva il padre. Quel signore tutto d’un pezzo, per Anna guida dal primo respiro, era stato un modello, un oracolo su cui fare incondizionatamente affidamento. Lui, allo stesso modo, amava la figlia di un sentimento così profondo da non aver mai immaginato che un giorno sarebbe diventata la donna più importante di un altro uomo. L’unico pensiero, capace di riempire la mente, durante il breve percorso fino all’altare era “La perdo senza perderla. La sera, prima di dormire, non mi salterà più al collo per dirmi sei il papà più mamma che esista.” Per un padre mettere la mano della figlia in quella di uno sconosciuto è la prova più ardua richiesta dalla vita. La richiesta di rinunciare ad essere il porto sicuro in cui rifugiarsi, a non poter più rappresentare l’uomo più bello, più forte, più intelligente, più tutto. È la prova d’amore per eccellenza.
Un padre donerebbe la vita per i figli, ma in quel momento si sentiva come un libro vecchio tenuto da sempre sul comodino. È lì, lo hai letto migliaia di volte sfogliando le pagine a casaccio. Ha fatto da piano ad altri libri poggiati sopra di lui, letti e accantonati, ma nonostante ciò è rimasto sempre lì, pronto per essere ripreso nei momenti tristi e felici, perché sai che c’è. Quel libro rappresenta la certezza dell’esserci, ma il suo tempo ormai è scaduto. Sta per essere riposto nella libreria insieme agli altri, nel primo posto libero, forse quello in alto a destra dove non arriva mai nessuno a prenderlo, e serve una scala per arrivarci. Rischia di avere come compagno di banco un testo di barzellette o un manuale inutile, continuando ad accumulare polvere sulla testa.
“Fabio, promettimi solo di riportarmi mia figlia se ti dovessi accorgere di non riuscire più a renderla felice” gli disse. In quel momento una lacrima dava vita ad una nuova ruga sul viso provato, e gli consegnò la mano della donna più importante. 
“Te lo prometto” rispose Fabio, serio in volto, perché era una promessa fatta anche a se stesso in quell’istante. Il padre di Anna rientrò tra i banchi e i due ragazzi finalmente si tennero per mano. Si guardavano. Per un breve momento hanno avuto l’impressione di vedersi con gli occhi dell’altro, ed hanno visto cosa provassero l’uno nei confronti dell’altro. Era l’inizio di una nuova vita insieme, e da quel giorno non si sarebbero più lasciati. La cerimonia oltre ad essere emozionante ebbe dei momenti spensierati. Il parroco aveva celebrato abbastanza matrimoni da essere conscio di dover mettere gli sposi a proprio agio, ripulendoli dalla patina di tensione che inevitabilmente la giornata si porta dietro. Alla fine del rito il preposto fece uscire i presenti.
“Signori, vi invito ad aspettare fuori dalla chiesa. Questi due ragazzi sono arrivati davanti a Dio soli, come due persone distinte, adesso verranno tra di voi come una sola famiglia legata dall’abbraccio del Signore.”
Si mise al centro tra Fabio e Anna, e tenendoli per mano li accompagnò verso l’uscita. Percorsero la navata in tre, ma ad un passo dal grande portone di legno, ricoperto con una lastra di ottone piena zeppa di immagini sacre, unì le mani dei due ragazzi intrecciando le dita e sussurrando sottovoce “Le mani siano sempre una al fianco dell’altra, una dentro l’altra e mai una sopra l’altra. Adesso dovete camminare insieme, sia l’amore reciproco l’unica vostra guida.”
E li diede in pasto ai parenti festanti. Li accolsero con abbracci sinceri, ricoprendoli di riso. Fabio e Anna, durante i preparativi del matrimonio, decisero di non poter vivere nello stesso posto in cui crebbero. Il lavoro dei campi non assicurava un futuro sereno, ma soprattutto entrambi coltivavano in segreto un sogno: vivere vicino al mare. Si rimboccarono le maniche, e aiutati dallo zio Antonio, Fabio trovò lavoro come apprendista nella bottega di un falegname. Anna, al contrario, avendo imparato tutti i trucchi del mestiere dalla madre e dalla nonna, decise di fare la sarta usando casa come laboratorio. Zio Antonio, dopo qualche ricerca, fece anche l’ulteriore miracolo: riuscì a trovare un piccolo nido, davanti al mare, nel paese più vicino a quello dei genitori. In realtà lo zio Antonio non era un parente diretto, ma la persona presente in ogni famiglia, amico di tutti. L’uomo da interessare quando c’è qualche problema da risolvere. L’uomo mosso esclusivamente dal bene e così vicino alla famiglia da guadagnarsi sul campo l’appellativo di zio.
L’abitazione trovata era piccolissima; un paio di stanze al pian terreno. Era tutto ciò che volevano, era tutto ciò di cui avevano bisogno. Quel tetto era il luogo dove trovare l’altro, il posto in cui il pensiero poteva planare libero sicuro di atterrare tra le braccia rassicuranti della famiglia appena nata. Solo pochi metri separava l’unica finestra dalla spiaggia sabbiosa. La prima volta che Anna mise piede in casa si diresse direttamente verso quella finestra, l’aprì, e vide l’orizzonte tuffarsi nell’immensa distesa d’azzurro. I due colori giocavano a mescolarsi. Tentavano di confondere gli occhi movimentando i confini, mentre i raggi del sole esplodevano, a contatto con l’acqua, in milioni di piccoli luccicanti coriandoli monocolore. I minuscoli puntini luminosi si lasciavano dondolare leggere dal movimento sinuoso delle onde. L’unico suono che si udiva provenire dalla direzione del mare era lo sciabordio dell’acqua infranta sulla sabbia morbida, trasportando sul dorso il fresco profumo dell’immenso. Bastò lo spettacolo della natura, l’idea di poterne godere ogni giorno, anche nei periodi in cui il mare sarebbe stato arrabbiato a far dire ad Anna “È il posto giusto, è la casa giusta. Qui potremo avere la nostra pace, e costruire il nostro futuro.”
Continuando a fissare il dipinto in movimento, Fabio tentò di replicare ma, con poca convinzione, aveva riconosciuto la determinazione della sua voce.
“Anna non hai guardato nulla della casa.”
Lei, voltandosi di scatto, con gli occhi sorridenti e la voce certa, appoggiando entrambi i gomiti alla base del vetro aggiunse “Fabio, ci sei tu, c’è il nostro mare. Io non ho bisogno d’altro, il resto lo costruiremo insieme.”
“Come vuoi.”
Fu l’unica risposta possibile,
“Vedi, continuo ad avere ragione. Fabio, non hai scampo sei condannato ad ammettere la mia superiorità.” disse senza poter contenere la felicità che le stringeva lo stomaco, scoppiando in una fragorosa risata.
“Sei la condanna desiderata da tutti, ma solo io potrò scontarti.” Replicò lui con un sorriso dolcissimo stringendo le labbra e arcuandone verso l’alto i lati della bocca.

Nel tardo pomeriggio la cerimonia era finita. La piccola casa di mare conteneva già la maggior parte delle loro cose. Erano state portate nei giorni precedenti, immediatamente dopo averla ripulita. Anna aveva cercato di arredarla con quel poco che aveva, mentre le due mamme hanno provveduto al rito della “vestizione del letto”. Una vecchia abitudine contadina, una forma di scaramanzia persa da anni, voleva che il letto matrimoniale degli sposi fosse preparato, per la prima notte di nozze, dalla mamma e dalla suocera, rigorosamente senza farlo toccare al nuovo nucleo familiare. Il letto poteva essere sfiorato e disfatto dagli sposi solo dopo la benedizione dell’Altissimo. Iniziarono la nuova vita insieme prima di sera. Fabio aprì la porta e prendendo in braccio Anna oltrepassarono l’ingresso: (Anche questo) l’ennesimo rituale era stato rispettato. Le giornate in quella casa passarono felici. Fabio imparò velocemente il nuovo lavoro, aveva talento per i mestieri manuali, e in poco tempo conobbe e divenne amico di tutti. Allo stesso modo Anna portò avanti una florida attività sartoriale, la minuziosità e la precisione dei suoi lavori le procurò in pochissimo tempo un folto numero di clienti. I due ragazzi erano ben voluti, la comunità in loro riconosceva due persone di cui potersi fidare e loro ricambiavano con gentilezza e disponibilità. Mancava un figlio alla coppia, ma loro non ne sentivano la mancanza. Si bastavano, il loro amore riusciva a tenerli insieme; ogni problema era affrontato parlandone e trovando un punto comune o un’idea capace di mettere d’accordo entrambi. Con il tempo avevano imparato a riconoscere il momento in cui fare un passo indietro, quando era il caso di disinnescare una bomba pronta ad esplodere. Non c’era una regola fissa, non era sempre uno dei due a vincere la battaglia, perché non c’erano battaglie da vincere, ma problemi da risolvere, e loro riuscivano a farlo insieme. Una domenica mattina i due ragazzi erano in casa a godersi semplici attimi di tranquillità. Fabio, sprofondato su una vecchia sedia a dondolo riparata da lui stesso, era concentrato a leggere una raccolta di poesie. Anna, comoda sulla sua poltrona, con le gambe piegate su se stesse, aveva iniziato da poco il ricamo di un tessuto per una cliente. I due troni erano stati sistemati ai lati della finestra sul mare, questa strategia gli permetteva di guardare l’orizzonte e nello stesso tempo avere il viso dell’altro a pochi centimetri. Anche in casa sentivano la necessità di essere vicini. Anna smise di lavorare, poggiò le sue cose sulle gambe e sollevò il viso. Guardò in direzione delle onde ingrossate dal vento freddo proveniente da nord, un leggero sibilo era intonato dal telaio poco ermetico della finestra. Era assorta in così tanti pensieri da poterci navigare, senza paura di naufragare nelle loro acque, ma aveva l’espressione serena. Fabio si accorse della mente occupata della moglie “Anna, che succede?”
Nello stesso momento in cui il suono dell’ultima lettera di quelle parole svanì, vide una lacrima iniziare il breve viaggio verso il pavimento,
“Amore, sono lacrime di gioia. Sono incinta” replicò tenendo la voce bassa, come se non volesse disturbare il sonno di un immaginario vicino. Fabio, senza dire nulla, scoppiò in lacrime e si gettò ai piedi della moglie, poggiò la testa sul suo grembo e si lasciò accarezzare per un tempo indefinito. La notizia dell’arrivo di un erede era il completamento della loro felicità. Lo avevano desiderato pur senza rincorrerlo ad ogni costo, e il destino anche questa volta li aveva accontentati. Non si capacitavano del perché la vita fosse stata così benevola con loro, e loro per cercare di ripagarla facevano di tutto per aiutare concretamente chi avesse avuto bisogno di una mano. 

I mesi volarono via, finché il destino non si burlò della giovane coppia, e lo fece, consegnandogli il figlio un giovedì, il 14 agosto 1975. 

Nello stesso giorno in cui si conobbero. Nello stesso giorno in cui decisero di sposarsi. La forza che travalica la volontà umana usò l’artificio della coincidenza per rimarcare la sua presenza. Quando la vita vuole dirci che tutto è possibile usa le coincidenze; sono il filo che unisce la speranza con la realtà. Marco fu il nome scelto dalla coppia per il bambino che avrebbe portato dentro di sé parti di entrambi.

14 agosto 2020.

Sono passati quarantacinque anni dalla nascita di Marco.


“Prima di andare a lavoro passo a vedere come sta papà, l’ho sentito strano a telefono.” disse Marco rivolgendosi alla moglie. “Come vuoi. Ci vediamo a cena.”
Arrivò nella casa dei genitori in pochi minuti. Lasciata la macchina in un vicino parcheggio incustodito, varcò la soglia usando le chiavi che aveva sempre tenuto con sé. Negli anni quella casa era stata ristrutturata, allargata, modificata, ma la finestra che si affaccia sul mare non è stata mai toccata, così come non sono mai state spostate le due poltrone sotto di lei. Marco ispezionò l’abitazione in pochi minuti, ma non trovò nessuno. Si avvicinò alla finestra, l’aprì, ed entrò il vento rinfrescato dall’abbraccio avuto con l’acqua del mare. Oltre il vetro, oltre i pochi metri che lo separavano dalla spiaggia era stato costruito un muretto, alto poche decine di centimetri a protezione delle auto. Era usato da tutti come panchina su cui lasciarsi andare, mentre si è avvolti dai propri pensieri stuzzicati dal film muto della natura. Lì, su quel muretto, Marco vide il padre. Fabio sedeva con le gambe penzolanti, rivolgendo il viso alla sua destra, abbastanza di lato da lasciar scorgere il sorriso sereno e gli occhi pieni d’amore. Amore mai mutato o svanito in cinquantacinque anni dal primo incontro con Anna. Amore capace di accompagnarli, tenendoli per mano, lungo il sentiero impervio delle giornate difficili e a volte monotone.
“Anna, guarda il nostro mare. In tutti questi anni non è cambiato per niente: è solo diventato più bello” disse Fabio, e aggiunse “ti amo”, mentre guardava Anna. Lei, con i suoi occhi grandi sempre vivi, il viso felice, la lunga treccia a cavallo della spalla destra, vestita del suo abito più bello, gli sorrideva dalla foto in bianco e nero incastonata nella vecchia cornice rossa, tenuta stretta al fianco e poggiata sul piano del muretto. Ascoltava il racconto dei ricordi passati insieme.

Il destino giocò la sua ultima partita l’anno precedente. Sempre nella stessa data. Il 14 agosto 2019. Doveva essere l’ennesima giornata di festa, come lo era stata per tanti anni, sfruttando la benevolenza della coincidenza o l’influsso positivo del destino. Era felicità pura per loro, racchiudere tante gioie in un giorno unico, amplificarla. “Una potenza di potenza” per esprimerla in termini matematici. Ma il destino, cinico, quella volta decise di riprendersi indietro tutti i regali fatti fino ad allora. Lo fece nel modo peggiore. Mandò la morte sulla terra a prendere Anna, seduta sulla sua poltrona: fissava il mare.

Correva

Questo racconto è stato scelto e pubblicato nell’antologia “Penne d’oro della letteratura Italiana 2021.”

L’antologia è acquistabile qui.

Correva.
Un leggero abito blu la vestiva senza stringere, ne accarezzava i confini del corpo.
Ricadendo creava morbide onde leggere.
Il blu mescolato con una manciata di toni chiari ne smorzava la rigidità , lo trasformava da notte in alba.
Una cascata di fiori bianchi l’adornavano facendone avvertire la freschezza.
Le mani tenevano alti gli orli per non intralciare i movimenti del corpo e aprendo, così, qualche spiraglio verso le gambe affusolate.
Correva su un lago bianco di polvere compatta fatto di ghiaia.
I grandi alberi, dall’alta chioma maestosa nati su uno dei lati – quello che guarda al sole la mattina – non riuscivano a gettare l’ombra tanto in là  da investirla.
Era immersa nella luce.
I lucenti capelli neri scontrandosi con i raggi del sole creavano illusioni di viola.
Le coprivano appena le spalle, mentre un piccolo fermaglio ne raccoglieva una manciata come un abbraccio, creando una piccola coda, una sorella minore, che ricadeva al centro.
Voltava il viso cercando di guardare oltre le spalle.
I grandi occhi azzurri, color del mare su una spiaggia bianca, si scontravano con la terra dei miei, mentre il viso sprigionava vita.
Le labbra porpora disegnavano il sorriso di una luna nuova, ne stagliava l’estremità  verso l’alto.
Le labbra porpora leggermente aperte lasciavano libera di muoversi la felicità  del momento.
Correva.
Correva in direzione del sole, verso l’orizzonte, libera.
Mentre si allontanava si è voltata, cercando di guardare indietro, ma voleva correre.
Ardeva dentro di lei, spinta da una forza sconosciuta, la necessità  di correre.
Correva, mentre io ero fermo, e il distacco si dilatava, e i due corpi si separavano, e lei sorrideva, ma correva.
Ho allungato il braccio, con la mano aperta cercando di stringerla, ma cingevo l’aria.
Riuscivo ad afferrare solo la figura minuta che si allontanava, ma era priva di consistenza.
L’ho vista svanire inghiottita dalla luce del sole, ha raggiunto la sua meta.
Correva.

Emanuela

La fiamma del camino, ardente, riscaldava con un accogliente tepore la stanza.
I colori caldi, provenienti dalla vicina fonte di calore naturale, illuminavano l’ambiente tinteggiandolo con toni sempre differenti.
Lo scoppiettio delle braci spezzava, con delicatezza, il silenzio calato in quell’istante.
Un dipinto in continua evoluzione.
Noi sprofondati tra le braccia morbide del divano con in mano un bicchiere di buon vino.
Nel mezzo di questa cornice, la solita storia raccontata più e più volte, ma sempre piacevole da ascoltare.
I genitori amano novellare alcuni aneddoti più di altri, forse perché rappresentano qualcosa di importante o forse perché quella storia, oltre a riviverla con la mente, la rivivono con il cuore.
“Sapete che Emanuela non doveva chiamarsi Emanuela?”
“No papà  questa storia non l’abbiamo mai sentita! – Oggi. -“
“Prima che vostra sorella nascesse, con la mamma avevamo deciso di darle un altro nome. Il giorno che venne alla luce dovevo andare a registrare la nascita dal funzionario comunale, e passai per salutare.”
“Dai papà , continua ti prego, si fa avvincente la cosa!”
“Sei un cretino. Dicevo; nel salutare ho avvisato la mamma che sarei andato dal funzionario a registrare Emanuela, chiedendole, confermiamo Alessandra come nome?”
La risposta fu “ah non ti preoccupare, ho già  fatto io, l’ho chiamata Emanuela.”
Ecco; Emanuela ha iniziato la sua vita così: con il brivido di essere un’altra persona.
Non so se il nome influenza davvero l’essere umano, ma a me piace così com’è, quindi sono contento sia arrivata da noi con il nome di Emanuela.
Questi sono i ricordi aggrappati al cuore dei miei genitori, mentre se io avvolgo indietro la pellicola in cui sono impressi i miei, il primo fotogramma è quello di un batuffolo bianco pieno zeppo di puntini rossi.
E’ un’immagine nitida, forse amplificata dall’avere riposta in qualche cassetto impolverato, una fotografia di quel momento, di quei giorni.
Una bimba paffutella, stesa nel suo lettino, alle prese con il morbillo.
Il viso ed il corpicino coperto da un naturale vestitino a pois.
Gli occhioni, tinti di un verde impenetrabile sempre spalancati, sono il suo biglietto da visita insieme al sorriso in primo piano.
Mostrano la gioia di essere al mondo e regalano, incondizionatamente, fiducia a chi ha la fortuna di percorrere con lei qualche passo di questa vita.
Io ho percorso un tratto di strada breve prima di essere investito dalla nascita di Emanuela.
Dopo essermi goduto la comodità , i privilegi, dell’essere figlio unico, all’improvviso mi sono visto recapitare a domicilio un altro essere umano.
“Chissà  perché mamma e papà  hanno portato a casa un’altra bambina, boh!”
Così dopo aver fatto scorta di coccole e attenzioni per qualche anno, mi sono ritrovato a dover condividere tutto con Emanuela.
In quegli anni vivevamo in una casa talmente piccina da non avere una nostra cameretta.
Condividevamo ogni angolo, ogni sguardo, ogni respiro.
In pochissimo tempo siamo diventati una coppia di fatto.
Siamo cresciuti insieme guardandoci le spalle.
Ci siamo affezionati, l’un l’altro, immediatamente.
Le litigate, immancabili ogni giorno, erano il filo conduttore del nostro amore.
Emanuela cresceva, la sua proverbiale attenzione ai particolari si acuiva e sparigliarle le carte in tavola non la faceva mai arrabbiare.
Lei è così: nascosta dietro alla figura quasi austera, impenetrabile, sempre perfetta, si nasconde un cuore d’oro incapace di mostrare rancore.
Emanuela non parla, dimostra.
Dimostra quotidianamente il suo valore, così come dimostra i sentimenti senza sbandierarli.
Non lancia parole al vento.
Mostra cosa ha dentro e cosa puoi perdere se rinunci a lei, senza illusioni.
Emanuela è la persona che pur di farti felice, se può, ti toglie un pezzo di infelicità  per farsene carico.
Emanuela dona.
Dona ciò che possiede nelle mani o ciò che fa parte di se stessa.
Oggi è il compleanno di Emanuela, e ne approfitta per aggiungere un pezzo di esperienza alla pila riposta sempre al suo fianco, perché lei fa così: conserva tutto dentro il cuore adagiandolo su un trono morbido per farlo sentire protetto, al sicuro, a costo di dover usare il suo corpo per difenderlo.
Ma oggi è il giorno di riscuotere.
Oggi le persone importanti – per te – hanno la possibilità  di allargare le braccia, e per una volta, lasciarti appoggiare la testa sulle loro spalle sussurrandoti “oggi spetta a noi pensare a te.”
Io non potrò esserci, e spero che la vita decida finalmente di donarti qualcosa capace di farti urlare: “GRAZIE.”
Buon compleanno Ema, ti voglio un gran bene.

Franz Kafka

Ho sempre voluto un secondo mestiere per essere libero nel mio lavoro di scrittore. Non ho mai voluto che la mia vita materiale dipendesse dai miei libri, affinché i miei libri non dipendessero dalla mia vita materiale.

E forse non è vero amore se dico che tu sei la cosa più cara per me; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.

L’uomo, torturato dai propri diavoli, si vendica insensatamente contro il prossimo.

Lascia dormire il futuro come si merita. Se lo si sveglia prima del tempo, si ottiene un presente assonnato.

La giovinezza è felice perché ha la capacità  di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità  di vedere la bellezza non diventerà  mai vecchio.

Il tempo che ti è assegnato è così breve che se perdi un secondo hai già perduto tutta la vita, perché non dura di più, dura solo quanto il tempo che perdi. se dunque hai imboccato una via, prosegui per quella, in qualunque circostanza, non puoi che guadagnare, non corri alcun pericolo, alla fine forse precipiterai, ma se ti fossi voltato indietro fin dopo i primi passi e fossi sceso giù per la scala, saresti precipitato fin da principio, e non forse, ma certissimamente.

Delusione

Prima colore
ora grigio,
prima profumo
ora olezzo,
prima melodia
ora silenzio,
prima dolcezza
ora amaro.
Ove prima vi era vita,
ora il vuoto riempie l’immenso baratro
scavato dentro di me.

Rosanna Vanossi

I giorni scorsi sono andata a cercare quella vecchia edizione di Pinocchio che ho letto e riletto da piccina ma non c’è più…
Chissà  a quale dei tanti bambini del parentado cresciuti dopo di me sarà  stata regalata o forse quella copertina rossa, troppo elegante per un’edizione per bambini e troppo logora per fare bella figura, ha segnato il suo destino tra la carta da macero.?
Davvero strano il criterio con il quale le persone, incuranti se appartengano loro o meno, decidano di disfarsi di questo o di quell’oggetto o al contrario di conservare proprio quest’altro.?
Una soffitta impolverata colma stracolma di oggetti, insignificanti ai miei occhi ma che qualcuno ha deciso di conservare, tra i quali ero convinta di ritrovare un caro vecchio amico tanto prezioso forse solo per me.?
Ma…?
Chissà  perché speravo di ritrovarlo proprio lì, tra le cose dimenticate.
In fondo è solo colpa mia: avrei dovuto prendermene cura!
Forse anche questa è una metafora della vita.

Pinocchio perduto

Natalia

Seduto sul lato passeggero perché ero troppo giovane per guidare, ma troppo grande per essere definito adolescente.
I finestrini della macchina aperti, il loro compito era rinfrescare il caldo giunto da qualche giorno su questo pezzo di terra chiamato casa.
La mia autista era una donna convinta di aver terminato parte dei suoi impegni con la natura.
Si parlava con serenità  di argomenti poco arguti, di quotidianità , di nulla, si occupava il tempo.
Non so cosa sia passato nella mente della mia compagna di viaggio, non so perché abbia scelto quel momento preciso, così come non so perché io lo abbia stampato in testa come un filmato appena visto, ma all’improvviso e con un tono della voce trasformatosi immediatamente serio:
“Michele sono incinta”
“mamma cosa hai detto?”
“aspetto un altro figlio o figlia.”
Eravamo a circa metà  anno nel momento in cui la notizia è diventata “ufficiale” ed ha autonomamente fatto il suo percorso.
Così come ha fatto il suo percorso anche la nuova vita portata nel grembo di una donna decisa a volersi rimettere in gioco, e ripercorrere strade viste in precedenza già  due volte.
Il tempo scorre.
Fa freddo, l’inverno ha da poco bussato alla porta dell’emisfero boreale, sono le 07,35 di martedì 27 dicembre 1994, squilla il vecchio telefono a disco all’interno di una casa con una famiglia in attesa di quella notizia:
“pronto chi parla?”
“buongiorno è l’ospedale FateBeneAFarliNascereQuiPerchèSiamoIPiùBravi, lei è il Signor Proto?”
“si sono io;”
“sua figlia è nata l’aspettiamo;”
“arriviamo”.
Questa è stata la venuta al mondo di Natalia, mia sorella, la più piccola, la cocca della famiglia, la viziata per definizione, forse.
Natalia è arrivata come un fulmine a ciel sereno e allo stesso modo si è imposta nelle vite di tutti noi.
Ma il destino è beffardo, si sa, ha aspettato che mi affezionassi a questo scricciolo pieno di energia, capace di mettere di buon umore tutti con versi senza senso degni del miglior grammelot d’annata, per decidere poi di allontanarmi da lei.
Il destino ha provato, forse, a testare la capacità  di continuare ad amare anche da lontano.
Il destino ha cercato di testare se fosse possibile per due persone con 17 anni di differenza, distanti 1200 km, senza la possibilità  di avere una quotidianità , se riuscissero a legare, a creare un rapporto stretto, a crescere insieme nonostante tutto, a parlarsi pur essendo di generazioni differenti.
Ci ha provato; ci hai provato destino ma senza riuscirci.
Siamo cresciuti tenendoci per mano pur percorrendo strade in direzioni opposte, vite differenti, tetti diversi a coprirci.
Siamo cresciuti vicino stando lontano, ma oggi siamo due amici che si amano come fratelli.
Litighiamo come una coppia con cento anni di matrimonio alle spalle, ma incapaci di immaginare una vita senza la presenza dell’altro.
Siamo due persone con la vittoria in tasca sul tentativo fatto dal destino di non farci mai incontrare davvero.
Oggi è il 27 dicembre giorno del suo compleanno.
Oggi Natalia è una giovane donna.
E’ diventata grande, cammina con certezza sulla strada della vita, sgomitando in mezzo agli altri per mostrare chi è diventata e quali talenti madre natura le ha messo in mano.
Natalia avrei potuto farti un regalo, ma così risparmio.
Buon compleanno e goditi questo viaggio detto vita.
Ti voglio bene.

Michele

Il funambolo

Tesa e stretta 
via percorsa,
nel corpo
equilibrio cerchi,
nel respiro
rinvieni pace,
immobile
il pensiero.

Sguardo
diretto al futuro
spalle
su ricordi posano,
con passo sicuro
in terra mobile
ti muovi.

Partenza certa
incerto arrivo
oscilli al centro
non fermarti.

Puoi cadere.