Federica Bosco

E… cosa si prova quando incontri quello giusto?
È come quando torni a casa la sera, stanca morta, e chiudendo la porta hai quella sensazione di pace e di protezione che ti avvolge e non vedi l’ora di sdraiarti sul divano con una bella cioccolata calda e un libro. ecco, trovare la persona giusta dovrebbe farti quell’effetto lì, l’effetto di tornare a casa.

Non tutti gli uomini vengono per nuocere

Marc Levy

Uno strano paradosso caratterizza gli esordi di una storia d’amore. Si ha timore di rivedersi, si esita prima di dire all’altra persona che non abbiamo fatto altro che pensare a lei. Si vorrebbe dare tutto invece ci si trattiene, si lesina sulla felicità  come si potesse esaurire. L’amore appena nato è insieme folle e fragile.

Una ragazza come lei

Kahlil Gibran

Il vero amore non è né fisico né romantico.
Il vero amore è l’accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà  e non sarà 
Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno. La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia.

Cesare Pavese

Sarà  perché io non ho quell’anima di poeta che vorrei, ma ti dico che una mia poesia mi costa prima di cominciare a scrivere mesi interi di vita e di dolori.

Lettere

Jorge Luis Borges

Ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un po’ di se e si porta via un po’ di noi. ci sarà  chi si è portato via molto, ma non ci sarà  mai chi avrà  lasciato nulla. questa è la più grande responsabilità  della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.

Tavolo per due

Dall’interno della stanza, appena illuminata dai pochi raggi di sole rimasti, ammira, seduta sulla vecchia poltrona, le ombre dei rami spogli, riflessi sulla terra riscaldata dall’ultima giornata autunnale.
La mente, libera, danza sulle punte accompagnata dalle note librate in aria – suonate dal pianoforte dei ricordi. –
Il corpo, prigioniero di se stesso, guarda l’anima fuggita oltre il vetro.
Siede sul davanzale, con le braccia attorno alle gambe.
Attende.
Un altro giorno è passato.
Un altro tramonto sta per lasciare il posto ad una nuova oscurità .
Un altro pezzo di speranza ha abbandonato il tavolo, apparecchiato per due, rimasto anche oggi vuoto.

Gli occhi di Gino

Foto di: Max & Douglas

Un uomo discreto dal sorriso sempre in primo piano, mai ostentato, ma sincero. Un sorriso che parte dal cuore: la natura ha deciso così, deve essere naturale, spontaneo, donare e infondere dolcezza. Occhi nerissimi, quasi impenetrabili ad uno sguardo superficiale, messi lì non per respingere, ma per regalare la possibilità  di guardarsi dentro, come trovarsi davanti alla propria anima riflessa su uno specchio. Il viso, senza spigoli o angoli duri, disegnato per infondere fiducia. Grandi mani capaci di compiere dolci movimenti, così come il cuore, immenso. Un uomo non troppo alto, scelta precisa quella di madre natura, con uno scopo rigoroso: non avrebbe dovuto guardare nessuno dall’alto in basso. La sua missione in questa vita sarebbe stata ascoltare tutti, indistintamente. Si chiama Gino. 

Era un bimbo come tanti altri, nato in una terra incapace di regalare lavoro. Una terra dura ma con la qualità  di formare, insegnare come rimboccarsi le maniche, con il compito di far emergere la nostra parte nascosta, far esaltare i propri talenti. “Mamma, papà  ho deciso, non posso rimanere qui, non ho futuro. Vado a cercare la mia strada altrove;”

“Gino, hai ragione, parti e afferra la felicità  ovunque essa sia.”

Gino si ritrova a metà  degli anni ottanta in una piccola provincia del nord, totalmente sconosciuta. Terra affacciata su uno specchio d’acqua, patria di grandi nomi del passato. Con la sua valigia piena di sogni e speranze, si catapulta in una nuova vita da costruire facendo leva sui suoi talenti: ascoltare le persone, essere vicino alla gente, avere sempre la parola giusta o il silenzio giusto da regalare. Non aveva altra scelta se non rischiare tutto in un lavoro a contatto con le persone.

“Apro un bar a Como.”

Protette dalle mura di cinta della città , si districano un manipolo di piccole viuzze a formare un reticolo ordinato di costruzioni in pietra. Tra di esse si distinguono sia i grandi palazzi delle famiglie nobili sia, al pian terreno, le piccole botteghe dei laboriosi artigiani con la testa sempre bassa, impegnati senza sosta nel loro incessante lavoro quotidiano. Quegli instancabili lavoratori dovranno pur fare colazione, mangiare, incontrare i clienti, concedersi un momento di pausa a fine giornata. Quella gente ha bisogno di Gino e del suo nuovo Lario Bar. Saper ascoltare la gente: il suo talento innato – oltre alla capacità  di essere un grande professionista nel lavoro che si è inventato – viene immediatamente notato, diventando, in breve, punto di riferimento del centro città . Le persone si fidano di lui. I clienti, inizialmente sporadici, si trasformano in breve tempo in abituali. L’anziano, in pensione, occupa ogni giorno il solito tavolino in strada. Il gruppo di professionisti, la signora di passaggio, la comitiva di ragazzini cessano di essere clienti e diventano amici di Gino. Tra di loro c’è un piccolo gruppo di adolescenti. Le comitive dei ragazzi, si sa, non hanno mai un posto dove chiacchierare, decidere cosa fare o ingannare il tempo. La scelta obbligata di quei quattro scavezzacollo è quella di eleggere il Lario Bar come casa comune, il salotto dello zio sempre disponibile ad accontentare i nipoti. Tutti i giorni il gruppetto ha la sicurezza di trovarsi lì, senza accordi preliminari, solo per vedersi, solo per il piacere di stare insieme o scambiarsi una pacca sulla spalla. Con il tempo il gruppo si allarga, fa proseliti, diventando una splendida compagnia di quattordici ragazzi. Gino quei ragazzi li vede crescere dentro il suo bar, li conforta nei momenti difficili, li sostiene, esulta con loro per i traguardi raggiunti.

Gli anni passano, il Lario bar si trasforma in Como Bar e i quattordici ormai cresciuti sono diventati professionisti affermati nella vita. Ognuno di loro ha una famiglia da sostenere e coccolare, delle responsabilità  da non ignorare, delle incombenze da non dimenticare, ma nonostante questo hanno un punto fermo: a fine giornata qualsiasi cosa succeda si abbracciano da Gino, nel loro salotto, quello scelto tanti anni prima, nell’angolo a destra in fondo alla sala. È il loro modo per dirsi: “ragazzi siamo qui, sempre insieme, nonostante tutto, ognuno per l’altro”. Purtroppo il tempo passa anche per Gino, sente la stanchezza di quell’immensa massa di anni passati dietro al bancone. Le mani, una volta veloci e attente, iniziano a subire gli acciacchi del troppo freddo subito. Nella sua testa comincia a sgomitare quella vocina flebile che gli ripete: “è ora di godersi la vita, hai lavorato abbastanza, molla tutto, la pensione è dietro l’angolo, devi solo stringerla con le mani.” Si lascia convincere. Una sera, mentre gli unici clienti sono il gruppo dei quattordici intenti a scherzare fra loro, Gino fa deflagrare una bomba inaspettata: “Ragazzi, devo dirvelo, non ce la faccio più, sono stanco vendo il bar e mi godo la pensione”. I volti di tutti all’improvviso sono stati avvolti da una cortina di tristezza mista a incredulità . È stato come ricevere un pugno al centro dello stomaco, sbam, senza preavviso. Pensare che un giorno il bar potesse chiudere non era mai stato preso in considerazione dal gruppo di amici; c’era la certezza, qualunque cambiamento fosse arrivato, di trovare Gino dietro il bancone a sostenerli o supportarli. Sono spiazzati, la pietra miliare di tutti quegli anni vacilla, non sanno cosa fare e nell’incertezza fanno l’unica cosa giusta: aspettano. Lasciano correre le lancette dell’orologio, hanno bisogno di plasmare quella notizia con delle forme meno spaventose. Inconsciamente sono consapevoli di non poter agire d’istinto. Il gruppo continua a incontrarsi e il bar è ancora in vendita. Hanno la soluzione a portata di mano ma non la vedono, ma l’idea di perdere la quotidianità  con quel vecchio zio che li ha visti crescere li indirizza sulla giusta via. “Ragazzi come faremo senza il Como Bar?”
“Impossibile trovarne un altro, adesso i locali sono tutti pieni di ragazzini preoccupati solo del loro cellulare e dello Spritz.”

“Non posso credere di dover rinunciare al nostro ritrovo.” Madre natura non vuole che i fulmini avvisino dove cadere e, allo stesso modo, l’idea capace di risolvere tutti i problemi, in un solo colpo, giunge improvvisa.
“Compriamo noi il Como Bar.”

“Ma stai scherzando? Abbiamo già  un lavoro, le famiglie, gli impegni, sarebbe impossibile mandare avanti il locale!”

“Non avete capito, noi ci limitiamo a comprarlo, siamo quattordici. Ognuno di noi investe un piccolo gruzzolo, assumiamo qualcuno e lo paghiamo con gli incassi del bar. In questo modo facciamo un regalo a Gino ed uno a noi.”
Quell’idea, nata per caso come uno scontro con una farfalla nel mezzo di un bosco, è diventata realtà . Oggi il Como Bar è di proprietà  dei ragazzi cresciuti in mezzo a quei tavoli. Loro continuano a vedersi ogni sera e Gino è sempre dietro al bancone. Nonostante la pensione. Nonostante gli acciacchi. Nonostante la sua creatura non sia più sua. Ma i suoi occhi continuano a specchiare i cuori degli amici del Como Bar.

Alessia Gazzola

Ci speravi molto?
Be’ non si può fare a meno di sperare, vero?
Già, no. Ma secondo me è proprio la speranza quella che ti dà  il colpo di grazia, ti fa soffrire più della cosa che va storta in sé.

Lena e la tempesta