Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Quando si ha voglia di staccare dalle letture impegnate, dai saggi o da tutto ciò che può impegnare la mente, questo di Jonasson è il libro giusto per farlo.

La trama parla di un vecchio, nel giorno del suo centesimo compleanno, che decide di scappare dalla casa di cura in cui abita per andare altrove. Da questo episodio iniziale, si sviluppa parallelamente sia il racconto principale nonché la storia della sua vita (quella di Allan Karlsson). Jonasson riesce, episodio dopo episodio, a sviscerare ogni dettaglio del carattere del protagonista e a tratti quello degli altri componenti della storia. In un susseguirsi di incontri, vicende surreali, casualità strane Karlsson si ritrova ad essere protagonista della storia contemporanea del mondo.

Ben scritto, scorrevole e facile da seguire, il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è un bel libro da portare appresso per sorridere insieme ad Allan.

lo schiaccianoci

Breve storia per ragazzi da leggere, o far leggere, durante il periodo di natale.

È la storia della piccola Marie Stahlbaum che riceve in dono dal padrino uno splendido schiaccianoci di legno magico e animato di vita propria. Un eroe d’altri tempi, coraggioso e pronto a difenderà Marie dal malvagio Re dei topi, con sette teste e sette corone. Qui incontrerà la Principessa Pirlipat, nel Regno delle Bambole, tra pastorelli e soldatini d’argento, cestini di zucchero e canditi.

Leggere questo breve racconto serve per comprendere da dove nasce il celebre balletto di Caikovskij ancora oggi rappresentato nei teatri di tutto il mondo.

Il fascismo degli antifascisti

Questo libro è un piccolo saggio ricavato dagli articoli di stampa o dalle interviste rilasciate dall’autore, Pasolini, nel corso della sua vita.

L’idea è quella di voler raccontare come il fascismo “moderno” non possa essere associato al fascismo “originale.” Pasolini snocciola con esempi e ragionamenti, a volte pindarici, come parlare oggi, anche se la raccolta è degli anni settanta, di fascismo sia stupido, ma al contrario, mette in risalto l’assoluta incapacità teorica di sostenere l’argomento da chi si erge ad antifascista, compiendo l’errore di trasformarsi, per idee e sostegno alla causa, a sua volta, un fascista.

Splendido esempio di capacità di ragionamento.

Operazione Aemilia

Il libro che aiuta a comprendere come si muovono le mani della ‘ndragheta.

Sabrina Pignedoli, collaboratrice Ansa e redattrice del Resto del Carlino, si specializza presso la scuola di giornalismo di Bologna dove nel 2009 diventa giornalista professionista scrivendo di cronaca nera e giudiziaria. Non fa in tempo ad occupare la scrivania che nel 2010 si scontra con le carte dell’operazione Pandora, un’indagine della DDA di Catanzaro che cominciava a mettere in luce la delocalizzazione degli affari della ‘Ndrangheta nel Nord Italia, ma soprattutto in Emilia Romagna. 

Lo spirito giornalistico innato e la voglia di capire questo fenomeno, finora a lei sconosciuto, la portano a interessarsi e scrivere a tempo pieno di ‘ndrangheta.

Da qui e con l’operazione Aemilia dell’antimafia di Bologna nasce la prima fatica letteraria della Pignedoli, alla quale dà lo stesso titolo (Operazione Aemilia – come una cosca di ‘ndrangheta si è insediata al nord),  Imprimatur editore, (casa editrice generalista di Reggio Emilia).

Erroneamente ci si aspetterebbe la solita raccolta e pubblicazione di atti di una delle tante inchieste italiane. Invece, l’autrice riesce a scrivere “un romanzo” usando un tono a tratti sarcastico, senza però abbandonare il rigore analitico di cui questi racconti necessitano. 

Dalle prime righe prende forma un intreccio (sapientemente sbrogliato) di considerazioni personali, atti d’inchiesta, riferimenti a eventi passati, personalità e luoghi strettamente collegati che portano il lettore ad immergersi in un mondo che ha sempre visto, immaginato e relegato lontano dalla: “anonima città a misura d’uomo …omissis… la mafia a Reggio Emilia non c’è: nessuno la vede, nessuno la riconosce.” (p. 12), ma che in realtà è vicina a lui, vive con lui, vive di lui. 

La cosca Grande Aracri (di cui tratta l’inchiesta e il libro) “sanguinario gruppo criminale della ‘ndrangheta di Cutro (Crotone)” (p. 11”) in 32 anni di attività è riuscita a infiltrare i propri affari in ogni angolo pubblico e privato e lascia stupefatti lo scoprire che a Reggio Emilia sono gli imprenditori che cercano la ‘ndrangheta e non viceversa sedendo al loro tavolo e facendo tranquillamente affari con loro. 

Proprio questo ha dato alla cosca la forza di radicarsi sul territorio e agire così indisturbati per moltissimi anni.

La lettura continua con un moto di rabbia quando si scopre che il sodalizio criminale vede nella catastrofe del terremoto emiliano del 2012 un’opportunità di guadagno; la Pignedoli scrive “Ridono perché pensano già alla ricostruzione. Loro non hanno morti da piangere” (p.29).

Ovviamente in questa rete non manca nessuno, si va dal semplice operaio che sfrutta la cosca per lavorare, fino alla massoneria, passando dalla politica alla religione, nessuno escluso. Vengono definiti “prostituti professionali”. Dei colletti bianchi la maggiore esponente diverrà Roberta Tattini che imparerà a conoscere la cosca, i meccanismi e a trarne ampio beneficio, pur sapendo con chi ha a che fare. Si noti che il boss è definito “sanguinario”, ma “gli scrupoli etici sono andati fuori moda e lei la moda l’ha sempre seguita” (p.102).

Un nuovo aspetto che l’autrice fa emergere è che “In Emilia la ‘ndrangheta punta sul consenso sociale” (p. 23) e questa è una svolta per l’organizzazione criminale in quanto, sfruttando canali finora mai percorsi, cerca il consenso mediatico dando all’opinione pubblica un’immagine di sé purificata. Usando le parole dell’autrice “un imponente e organizzato tentativo di condizionamento dell’opinione pubblica attraverso i media, ricorrendo a trasmissioni pilotate, interviste, addirittura conferenze stampa (p. 118)”. Questa campagna mediatica viene gestita da Nicolino Sarcone (uomo “incapace di mettere insieme due parole” p.123”) referente di Grande Aracri, circondato da molti collaboratori tra cui Marco Gibertini (giornalista professionista) successivamente arrestato e sospeso dall’albo (la Pignedoli lo definisce il “pr” della cosca), procacciatore d’affari e addetto al repulisti dell’immagine del sodalizio criminale. 

Andando avanti con la lettura è evidente come, la pervasività della cosca sul territorio emiliano è così ampia da trovare terreno fertile non solo nei giornalisti, ma anche in professionisti, carabinieri, politici di tutti gli schieramenti e poliziotti. 

D’altronde la forza della cosca oltre alla paura è nel denaro e si sa: “pecunia non olet”. 

L’autrice, proprio da un uomo della Polizia (Domenico Mesiano successivamente arrestato) riceverà una minaccia di interrompere le sue “indagini” sul clan Muto; questo dopo aver scritto un articolo (pubblicato sul Resto del Carlino) in cui si metteva in luce una cena organizzata dagli adepti del clan Grande Aracri alla quale avevano preso parte anche esponenti politici e persone vicino alla cosca. Incontro che diventerà in seguito “la famosa cena”. 

Fortunatamente le minacce sono state rispedite al mittente e denunciate. 

Personalmente credo che le minacce subite abbiano sortito l’effetto opposto, motivando la giornalista a proseguire con il suo lavoro e facendole capire che il percorso segnato era quello corretto. Questo è stato messo in risalto anche nell’ordinanza di Aemilia da parte del GIP dottor Ziroldi, le cui parole non possono non essere riportate: “I fatti danno fastidio più delle idee. Chi obbedisce ai fatti rimane un uomo libero, e Sabrina Pignedoli ha dimostrato di essere libera” (p.128). E dello stesso tenore sono ancora le parole del Procuratore di Bologna Roberto Alfonso con il suo plauso alla forza di andare avanti e di “respingere il tentativo di compressione della libertà di stampa”. 

Fanno anche sorridere le battute che la scrittrice fa nel descrive gli avvenimenti del Comune di Brescello, piccolo paesino in cui Guareschi aveva ambientato le storie di Don Camillo e Peppone. Così il nuovo Don Camillo (Don Evandro Gherardi) non sarà più il rivale del Sindaco comunista Peppone ma diventa suo condiscendente sostenitore. 

Purtroppo gli arresti dell’operazione Aemilia gli daranno torto. (p.67)

E’ triste, infine, vedere e confermare come in tutta questa storia chi vince è sempre l’omertà delle persone (in ogni campo, nessuno escluso) che, non avendo il coraggio di ribellarsi a questo sistema, lasciano che la propria vita sia condizionata da questi Signori.

Consiglio la lettura di questo libro a chiunque voglia comprendere il modus operandi della ‘ndrangheta che si muove per fare affari con chiunque: che si tratti di privato o di esponente pubblico. Ottimo esempio di giornalismo d’inchiesta. 

Il grande Gatsby

Il grande Gatsby è la storia di due amori: il primo, quello di Gatsby per Daisy, il secondo, quello di Daisy per il denaro e l’agiatezza. Il romanzo, ambientato tra i lustrini degli anni del proibizionismo, viene districato con eleganza e semplicità, ed è disegnato con maestria nel susseguirsi delle vicende tra i protagonisti. Volendo fare un parallelismo ricorda vagamente, come idea e non me ne vogliate, Martin Eden scritto da Jack London, in cui l’amore del protagonista viene utilizzato come locomotiva per raggiungere gli obiettivi giusti per far breccia nel cuore della sua innamorata. Allo stesso modo, Gatsby, nonostante sia riuscito ad incarnare lo stereotipo dell’uomo di successo, invidiato e osannato, fa qualsiasi cosa per cercare di acciuffare la “luce verde in fondo alla baia” e, nel momento in cui crede di esserci riuscito, Daisy viene travolta dallo snobismo – ricercato da sempre, – mettendo da parte ciò che ha sempre saputo e per un attimo ha anche confessato, aver sempre amato Jay Gatsby. È un romanzo che parla di solitudine, di ipocrisia e dell’incapacità innata degli uomini di accorgersi di ciò che importa davvero.

Gran bel romanzo.

Pier Paolo Pasolini

L’uomo tende a addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l’abitudine di giudicarsi, non sa chiedersi chi è. È allora che va creato artificialmente lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica.

Tu sei

Tu sei la pace tra le guerre;
tu sei il silenzio in mezzo al frastuono;
tu sei l’amore dove prima c’è stato l’odio;
tu sei l’arcobaleno dopo il temporale violento;
tu sei il tizzone ardente tra il gelo dei ghiacciai;
tu sei la bellezza nel mondo in cui regna l’orrendo;
tu sei la stella polare, per il marinaio, nella notte più buia;
tu sei il porto sicuro in cui le barche si proteggono dalle onde rabbiose;
tu sei la neve che dipinge di bellezza anche il paesaggio più maltrattato;
tu sei ciò che gli altri non sono mai stati e non potranno mai essere
perché: tu sei tu.

Come si riconosce una mamma?

Una mamma si riconosce da come ti guarda, con gli occhi sorridenti, sempre, anche se l’hai offesa un momento prima oppure l’hai scacciata un momento dopo, perché non ti guarda con la vista, ma ti guarda con l’amore che straborda dagli occhi.

Una mamma si riconosce dal profumo che emana, sa di buono, sa di quell’ultimo biscotto preparato prima che lasciassi la sua casa per affrontare l’oceano della tua vita. Sa della certezza nell’amore per te quando una fragranza, incontrata per caso, scrollerà con forza l’armadio dei ricordi di lei e come un’onda ne sarai travolto.

Una mamma si riconosce dal suono della sua voce, quella imparata ad ascoltare prima che ti affacciassi alla vita per diventare uomo. La voce che ti ha rassicurato quando le tenebre oscuravano la vista e non avevi altro per sfuggire alla paura. La voce sempre pronta ad ascoltare ciò che non dici, illudendoti di non farla preoccupare, ma che sa sempre se un mostro, sotto il letto, ti sta tormentando.

Una mamma si riconosce dal sapore dei suoi baci, sempre presenti, sempre pronti a guarire la ferita inferta dalla caduta più rovinosa che la vita possa infliggerti. Il bacio della mamma è unico, non può essere comprato per trenta denari perché non potrebbe tradirti mai.

Una mamma si riconosce dalla carezza che ti regala, perché la carezza di una mamma è ruvida, come la pelle delle sue mani, consumate da una vita passata a usarle per il tuo bene, usate per rimetterti in piedi dopo essere caduto e offerte come rifugio quando tutto intorno a te è mancato. Per questo la carezza di una mamma non si sente sul viso, ma si vive con il cuore.

Così si riconosce una mamma e oggi di tanti anni fa ne è nata una: la mia.

Buon compleanno mamma.