Una primavera con la corona

Il sole inizia ad affacciarsi sui tetti delle case: bussa ai vetri delle finestre rivolte nella sua direzione. Una miriade di arancioni vengono stagliati in ogni angolo visibile, predominano sugli altri, mentre lottano con i celesti che a breve vinceranno la guerra. Qualche nuvola sparsa qua e là ha il compito di filtrarne le sfumature dando volume ai colori, regalandogli forma e consistenza riconoscibile, rendendoli vivi come se si potessero toccare con mano. Inizia a sbocciare il tepore rassicurante della primavera, mentre l’inverno sembra sia andato definitivamente in soffitta, decidendo autonomamente di rinchiudersi nel baule: sarà la sua casa per il prossimo semestre. È il periodo dell’anno in cui tutto riprende vita. Così come gli atleti si preparano davanti ai blocchi di partenza in attesa dello sparo d’inizio, così la natura esplode soffiando nei polmoni delle sue creature. Dagli alberi ai fiori, dagli insetti agli animali, tutti svegli dopo il lungo riposo dovuto al freddo invernale che acquieta e cristallizza ogni essere. Anche gli uomini attendono con ansia, quasi trepidanti il momento di ripartire, sognano la primavera. È il momento dei nuovi propositi, “dei farò”, dei “mai più”. Una storia ripetuta ogni anno, sempre uguale, poco importa se le promesse fatte non mutano, importa solo rinnovarle o farne di nuove, perché la primavera è speranza, è progetto, è futuro. Noi umani abbiamo la necessità di avere degli obiettivi, ci rassicurano, ed usiamo questi momenti arbitrari ma rappresentativi per tutti, per archiviare ciò che può essere andato storto; un modo per allinearsi al ciclo periodico e rasserenante della natura.

Poco prima di questo avvio, ce ne stavamo stretti nelle coperte di lana sui divani all’interno delle nostre case. L’inverno, da vero burlone, gettava pezzi di primavera tra le giornate gelide di un noiosissimo febbraio; profumi conosciuti solleticavano il naso mentre la gioia di vivere degli insetti rompeva il silenzio dei nuvoloni grigi. Da lontano, come un’ouverture eseguita a sipario chiuso, abbiamo avvertito senza riconoscerle, le prime note di un’opera mai ascoltata. Sono state note talmente flebili e sottotono da essere ignorate, troppo distanti per essere viste, troppo stonate per essere ascoltate con l’attenzione che avrebbero meritato. Il maestro J. M. Ravel, nel suo Bolero, fa iniziare due fiati e come una valanga aggiunge ad ogni ripetizione altri strumenti al tema, e allo stesso modo lo tsunami della novità ha travolto le nostre vite iniziando da piccoli buffetti, ma ha aggiunto pugni sempre più forti, tutti nello stomaco, al centro. Essendo una novità è stata mascherata con un nome regale, degna di un sovrano e di quello che lo identifica come tale: la corona; a questa novità è stato dato il nome di “coronavirus”. Chissà perché gli scienziati si divertono a dare nomi rassicuranti a qualcosa che può solo spargere paura, infondere incertezze o togliere la vita. Bah. Ciò che ci caratterizza è stato spazzato via. Prima della novità, c’era il piacere di concedere ad un estraneo totale fiducia, gratuitamente, perché c’è sempre tempo per perderla, mentre ora siamo stati costretti a diffidare di tutti. Cerchiamo nell’altro i segni del pericolo o di quello che può farci male. Analizziamo come detective chi è davanti a noi alla ricerca di indizi compromettenti. Chi abbiamo di fronte, rigorosamente ad almeno un metro, si è trasformato da persona da conoscere in persona pronta a colpirci, farci soffrire, perché trovare qualcuno su cui puntare il dito è rassicurante, ci toglie il peso dall’aver sbagliato. Ci è stato chiesto di allontanarci con i corpi per non ammalarli, ma lo abbiamo scambiato con allontaniamo, anche e soprattutto, i sentimenti. Perché è inevitabile, cercando di vivere dentro una campana di vetro, non possiamo intrecciare nuove emozioni o relazioni, né risolvere eventuali conflitti: saranno sommate alle preoccupazioni delle incertezze. Abbiamo dovuto indossare le mascherine per non aprire la porta al virus, quello con la corona, ma abbiamo chiuso la porta ai sorrisi. Un sorriso era un semplice gesto, ma aveva la forza di dire “Sono una persona buona e lo sei anche tu, ed incontrarti mi ha regalato un po’ di calore”. Ora, invece, sembriamo dei manichini, inespressivi a causa dello scudo sul viso e così pieni di timore da abbassare gli occhi nell’incrociarne altri, come se fossimo gli autori di chissà quale delitto. Siamo diventati tutti potenziali omicidi. Abbiamo perso la possibilità di riconoscere una risata o un pianto, un momento di rabbia da uno di paura; questo virus che di regale non ha nulla, ci ha rubato l’empatia. La provvista personale era già limitata, ma ora è stata azzerata del tutto. Questo maledetto essere invisibile ci ha tolto la possibilità di donare un abbraccio, per gli scienziati occupati a tenere in vita i corpi è quasi peggio del virus stesso. Ma un abbraccio è vita, è calore, è supporto, è amore, ed i corpi rimangono vivi perché possono nutrirsi anche di questo cibo che non deve essere ingerito, ma nutre a volte, più di un pasto abbondante. Ci è stato impedito di dare un bacio. Il gesto universale capace di rappresentare l’amore. Come lo spieghiamo adesso ai bambini, quando si faranno male, che non potremo curarli con la medicina più potente di tutti? E dopo tutto questo, e nonostante questo, un corpo può anche perdere la battaglia contro il virus e qui si compirà l’ultima tragedia: l’impossibilità di salutare per l’ultima volta quella persona. Cosa può esserci di più crudele? Come si può non farsi aggredire dal vuoto estremo del dolore dell’anima? Stiamo cercando a tutti i costi di tenere in vita i corpi, ma questo bastardo riesce a colpire anche chi non infetta, ammalando le anime dei rimasti sani costringendole a rango inferiore. Le stiamo trattando come abbiamo fatto con i bambini: con l’illusione di difenderli li abbiamo chiusi in casa, senza chiedergli se stessero soffrendo. Chissà se tutto questo è vivere.

Tavolo per due

Dall’interno della stanza, appena illuminata dai pochi raggi di sole rimasti, ammira, seduta sulla vecchia poltrona, le ombre dei rami spogli, riflessi sulla terra riscaldata dall’ultima giornata autunnale.
La mente, libera, danza sulle punte accompagnata dalle note librate in aria – suonate dal pianoforte dei ricordi. –
Il corpo, prigioniero di se stesso, guarda l’anima fuggita oltre il vetro.
Siede sul davanzale, con le braccia attorno alle gambe.
Attende.
Un altro giorno è passato.
Un altro tramonto sta per lasciare il posto ad una nuova oscurità .
Un altro pezzo di speranza ha abbandonato il tavolo, apparecchiato per due, rimasto anche oggi vuoto.

Questo racconto è stato analizzato dalla scrittrice Maggie van der Toorn che lo ha valutato così:

Emanuela

La fiamma del camino, ardente, riscaldava con un accogliente tepore la stanza.
I colori caldi, provenienti dalla vicina fonte di calore naturale, illuminavano l’ambiente tinteggiandolo con toni sempre differenti.
Lo scoppiettio delle braci spezzava, con delicatezza, il silenzio calato in quell’istante.
Un dipinto in continua evoluzione.
Noi sprofondati tra le braccia morbide del divano con in mano un bicchiere di buon vino.
Nel mezzo di questa cornice, la solita storia raccontata più e più volte, ma sempre piacevole da ascoltare.
I genitori amano novellare alcuni aneddoti più di altri, forse perché rappresentano qualcosa di importante o forse perché quella storia, oltre a riviverla con la mente, la rivivono con il cuore.
“Sapete che Emanuela non doveva chiamarsi Emanuela?”
“No papà  questa storia non l’abbiamo mai sentita! – Oggi. -“
“Prima che vostra sorella nascesse, con la mamma avevamo deciso di darle un altro nome. Il giorno che venne alla luce dovevo andare a registrare la nascita dal funzionario comunale, e passai per salutare.”
“Dai papà , continua ti prego, si fa avvincente la cosa!”
“Sei un cretino. Dicevo; nel salutare ho avvisato la mamma che sarei andato dal funzionario a registrare Emanuela, chiedendole, confermiamo Alessandra come nome?”
La risposta fu “ah non ti preoccupare, ho già  fatto io, l’ho chiamata Emanuela.”
Ecco; Emanuela ha iniziato la sua vita così: con il brivido di essere un’altra persona.
Non so se il nome influenza davvero l’essere umano, ma a me piace così com’è, quindi sono contento sia arrivata da noi con il nome di Emanuela.
Questi sono i ricordi aggrappati al cuore dei miei genitori, mentre se io avvolgo indietro la pellicola in cui sono impressi i miei, il primo fotogramma è quello di un batuffolo bianco pieno zeppo di puntini rossi.
E’ un’immagine nitida, forse amplificata dall’avere riposta in qualche cassetto impolverato, una fotografia di quel momento, di quei giorni.
Una bimba paffutella, stesa nel suo lettino, alle prese con il morbillo.
Il viso ed il corpicino coperto da un naturale vestitino a pois.
Gli occhioni, tinti di un verde impenetrabile sempre spalancati, sono il suo biglietto da visita insieme al sorriso in primo piano.
Mostrano la gioia di essere al mondo e regalano, incondizionatamente, fiducia a chi ha la fortuna di percorrere con lei qualche passo di questa vita.
Io ho percorso un tratto di strada breve prima di essere investito dalla nascita di Emanuela.
Dopo essermi goduto la comodità , i privilegi, dell’essere figlio unico, all’improvviso mi sono visto recapitare a domicilio un altro essere umano.
“Chissà  perché mamma e papà  hanno portato a casa un’altra bambina, boh!”
Così dopo aver fatto scorta di coccole e attenzioni per qualche anno, mi sono ritrovato a dover condividere tutto con Emanuela.
In quegli anni vivevamo in una casa talmente piccina da non avere una nostra cameretta.
Condividevamo ogni angolo, ogni sguardo, ogni respiro.
In pochissimo tempo siamo diventati una coppia di fatto.
Siamo cresciuti insieme guardandoci le spalle.
Ci siamo affezionati, l’un l’altro, immediatamente.
Le litigate, immancabili ogni giorno, erano il filo conduttore del nostro amore.
Emanuela cresceva, la sua proverbiale attenzione ai particolari si acuiva e sparigliarle le carte in tavola non la faceva mai arrabbiare.
Lei è così: nascosta dietro alla figura quasi austera, impenetrabile, sempre perfetta, si nasconde un cuore d’oro incapace di mostrare rancore.
Emanuela non parla, dimostra.
Dimostra quotidianamente il suo valore, così come dimostra i sentimenti senza sbandierarli.
Non lancia parole al vento.
Mostra cosa ha dentro e cosa puoi perdere se rinunci a lei, senza illusioni.
Emanuela è la persona che pur di farti felice, se può, ti toglie un pezzo di infelicità  per farsene carico.
Emanuela dona.
Dona ciò che possiede nelle mani o ciò che fa parte di se stessa.
Oggi è il compleanno di Emanuela, e ne approfitta per aggiungere un pezzo di esperienza alla pila riposta sempre al suo fianco, perché lei fa così: conserva tutto dentro il cuore adagiandolo su un trono morbido per farlo sentire protetto, al sicuro, a costo di dover usare il suo corpo per difenderlo.
Ma oggi è il giorno di riscuotere.
Oggi le persone importanti – per te – hanno la possibilità  di allargare le braccia, e per una volta, lasciarti appoggiare la testa sulle loro spalle sussurrandoti “oggi spetta a noi pensare a te.”
Io non potrò esserci, e spero che la vita decida finalmente di donarti qualcosa capace di farti urlare: “GRAZIE.”
Buon compleanno Ema, ti voglio un gran bene.

Gabriel García Márquez

Nel sogno ricordo di aver sognato la stessa cosa la notte prima e molte altre notti degli ultimi anni, e seppe che l’immagine gli si era cancellata dalla memoria quando si era svegliato, perché quel sogno ricorrente aveva la virtù di non poter essere ricordato se non dentro il sogno stesso.

Cent’anni di solitudine

Così aveva finito per pensare a lui come non si era mai immaginata che si potesse pensare a qualcuno, presagendolo dove non era, desiderandolo dove non poteva essere, svegliandosi d’improvviso con la sensazione fisica che lui la contemplasse nel buio mentre dormiva.

L’amore ai tempi del colera

Con lei Florentino Ariza aveva imparato quello che aveva già  sofferto parecchie volte senza saperlo: che si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna. Solitario tra la folla del molo, aveva detto fra sè in un accesso di rabbia: “il cuore ha più stanze di un casino.”

L’amore ai tempi del colera

Se sapessi che questi sono gli ultimi minuti che ti vedo, direi “ti amo” e non darei scioccamente per scontato che già lo sai.

Maschere

Stando al centro della piazza e voltando il viso in ogni direzione, si riesce a spedire lo sguardo talmente lontano, da non esserci abituati.
È una strana sensazione, disorienta.
Un posto solitamente affollato, in cui ci si scontra ad ogni passo con gli occhi di uno sconosciuto, ora è totalmente privo di parole.
Il silenzio è così rumoroso da non riuscire a restare immobile più di qualche minuto.
Nulla che possa dare respiro ad un angolo abituato ad essere vita.
Stiamo vivendo un periodo strano, quasi alieno.
A causa di un’epidemia tra gli uomini, capace di colpire sia il corpo, falciandolo, sia il buon umore e la voglia di vivere, tutto si è svuotato.
Il vuoto creato è talmente cupo da sentire l’eco di se stesso.
La mente, guerriera contro questo esercito invisibile, rimescola i ricordi degli anni passati.
Ricordi nitidi nei giorni in cui questa stessa piazza era piena zeppa di risate.
Questo perché, era il periodo in cui i bambini ricoprivano ogni centimetro di suolo con i coriandoli, le stelle filanti e grosse risate lanciate senza remore in ogni angolo.
Si divertivano prendendosi gioco di loro e tra loro.
Suoni amplificati e colori sgargianti erano il tavolo su cui bandire il pranzo di quei giorni.
Era il periodo in cui indossare una maschera, senza destare sospetti, era consentito.
Perfino il cielo si mascherava vestendosi con i suoi abiti più belli, azzurri di un azzurro accecante, ma burlandosi di tutti ripuliva la terra con una brezza gelida.
Oppure si nascondeva dietro infiniti batuffoli di cotone bianco, tali da riempire lo spazio immenso sopra le nostre teste.
La luce proveniente dal sole, colorata da un caleidoscopio di minuscoli riflessi, riscaldava i cuccioli di uomo troppo impegnati a giocare, per farsi avvolgere dal freddo.
I bambini attendono un intero anno per essere qualcun’altro.
Sono incapaci, loro, di nascondere il proprio essere.
L’essere bambino è un pregio che si perde durante la cavalcata della vita.
L’essere bambino regala la necessità  di mostrarsi sempre per come si è davvero, nel bene e nel male.
Mostrare ogni singola emozione: rabbia, frustrazione, felicità , amore o qualunque essa sia, senza paura di essere giudicati, rappresenta l’essere dell’essere fanciulli.
Poi si cresce.
Si diventa adulti e si impara l’arte di indossare una maschera ogni giorno – sempre diversa. –
Ogni mattina si sceglie una maschera, così come si sceglie un vestito.
Davanti allo specchio cerchiamo i cambiamenti avvenuti nella notte.
I nuovi solchi nati sul viso, come un aratro fa con la terra, modellano le pieghe vecchie e nuove.
Da lì trapelano i sentimenti che ci invaderanno in quella giornata; così li copriamo.
Ci omologhiamo a quello a cui vogliamo anelare, piuttosto che mostrare una piccola parte della nostra anima.
Decidiamo razionalmente chi dobbiamo essere quel giorno.
Una finzione continua con noi e gli altri.
È l’indossare continuamente queste maschere il motivo per cui nasce l’esigenza o la necessità  degli adulti, di voler di tanto in tanto rimanere soli.
Amici miei avete mai visto un bambino desiderare di voler restare solo?
No, assolutamente.
Al contrario, i bambini temono l’essere abbandonati, più di ogni altra cosa al mondo.
Temono di essere privati del mantello sicuro di un paio d’occhi adulti.
Mentre noi adulti abbiamo, sentiamo, la necessità  di purificarci, scrollandoci dalle stanche spalle tutte le menzogne raccontate nei giorni precedenti.
Così ci chiudiamo.
In silenzio, soli, ad essere ciò che siamo realmente.
A gettare via dalle spalle lo zaino colmo di maschere pronte per ogni evenienza.
Colmo di finzione.
Abbracciamo questa forma di purificazione – l’isolamento – per avere la possibilità  di riprendere, più forti di prima, la giornata successiva con una nuova maschera.
Questa convinzione è talmente radicata in noi, da non essere più in grado di riconoscere qualcuno deciso a mostrare solo se stesso.
Lo attacchiamo – spaventa. –
Spaventa trovarsi a pochi centimetri con qualcosa di sconosciuto.
Un essere umano vestito esclusivamente del suo io.
Una novità  che non ci appartiene.
Davanti a tutto questo, l’unica via di fuga è quella di combatterlo, scacciandolo come un appestato.
Senza immaginare di aver allontanato proprio ciò che cerchiamo da sempre: qualcuno che è solo se stesso.

2019

Ciao 2019,
è arrivato il momento di parlarti.
Ormai è fatta, siamo alla fine, sei passato, finito, estinto.
Ci siamo.
La tua fine porta inevitabilmente a fare bilanci, consuntivi, tirare le somme.
La prima cosa da dirti è:
Vaffanculo (se mi legge qualcuno perdonate il francesismo schietto), ma nonostante il dolce termine, devo anche ringraziarlo (il 2019), quindi:
grazie.
Sono vivi, nelle mie orecchie, i frastuoni dei tuoi primi vagiti.
Come i neonati, appena arrivato hai fatto un gran macello, hai urlato, hai pianto, ti sei svegliato all’improvviso per mangiare, ma nonostante questo eri bello da guardare e da tenere tra le braccia.
Facevi quasi tenerezza.
I tuoi progressi erano lenti, ma continui, ero quasi orgoglioso di te.
Mi dicevo:
“guarda come cresce bene, quante soddisfazioni mi sta dando, sarà  davvero bello e forte una volta cresciuto.”
Certo, come tutti i bambini non eri esente da capricci, marachelle, scatti d’ira, motivi per farmi arrabbiare, ma nulla di irrimediabile, mi facevi un sorriso, mi strappavi un bacino, mi abbracciavi e tutto si sistemava.
Abbiamo litigato tanto, ma il giorno dopo eravamo più coesi e uniti di prima.
Mi facevo forte della tua crescita, del tuo essere in salute, del tuo saper dare tanto, del tuo essere generoso, non ti montare la testa i difetti erano pari ai pregi.
Poi finalmente hai superato il periodo critico, hai superato l’adolescenza, il tuo carattere si è mitigato, sembrava avessi raggiunto l’equilibrio.
Sei diventato bello da perdere il fiato, forte come pochi, propositivo, pieno di energia, vitalità  e solarità .
“Ohh finalmente è adulto, ha la forza per andare avanti da solo, non ha più bisogno di me.”
Con queste premesse non potevo non fidarmi, sembrava avessi capito cosa dover fare e come farlo e mi sono fidato di te.
Continuavi a pretendere la tua libertà :
“sono un anno diverso dagli altri, quello migliore, non ti ho deluso fino ad adesso, non posso sbagliare.”
Quando ti chiedono così ardentemente fiducia non puoi non concederla.
E’ necessario dare quella libertà , aprire le proprie dita e liberare la manina per vedere camminare sulle proprie gambe questo piccolo diventato grande.
Forse quello è stato il mio errore, fidarmi.
Lì il patatrac, dopo qualche bel passo certo, solido, ben assestato:
“sbam…”
sei caduto con il viso a terra.
È bastata qualche foglia secca caduta per caso sotto i tuoi piedi per farti perdere l’equilibrio, vacillare, abbandonare quella sicurezza che tanto ostentavi, decantavi e urlavi.
Da un guerriero pieno di vigore e forza ti sei trasformato nell’ultimo degli agnellini privi di coraggio, pronto a scappare davanti ai problemi.
Sei invecchiato di colpo, le rughe hanno preso immediatamente il posto della tua pelle prima liscia e levigata.
Il tuo animo docile si è trasformato in irrequieto, eri ormai irriconoscibile, i fasti dei tuoi momenti migliori quasi dimenticati.
Hai perso la memoria, il correre senza incertezze ha lasciato il posto a passi barcollanti.
Stevenson sarebbe stato orgoglioso di leggere in te e in quello in cui ti sei trasformato la trama del suo romanzo più conosciuto:
“Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde.”
Nulla era più rimediabile, ormai il tuo essere invecchiato ha consumato ogni parte di te.
Oggi è il giorno del tuo ultimo respiro.
Oggi muori, passerai a miglior vita, quella esclusiva dei ricordi.
Un nuovo anno sta per prendere il tuo posto, stai per essere sostituito – non dimenticato. –
2019 perché hai fatto questa scelta?
Perché hai aspettato la fine dei tuoi giorni per rivelarti?
Non potevi semplicemente non strafare nei tuoi giorni migliori lasciando un po’ di respiro anche agli ultimi momenti di questa tua vita?
Come dici:
“per gustare l’euforia dell’orizzonte più bello è necessario correre il rischio di salire sul punto più alto della montagna.”
Come darti torto.
Ormai è fatta, il tuo sostituto in questa vita terrena è arrivato a darti il cambio.
Non so quali intenzioni possa avere e cosa nasconde in quella sacca nera portata sulle spalle, lo scoprirò giorno dopo giorno, ma tu, caro mio 2019 un segno, un solco, un’impronta, una cicatrice da ricordare l’hai lasciata e sarà  lì sempre in primo piano a urlare:
“un anno folle dalla bellezza inaudita ma dal carattere tempestoso è passato sopra il mio essere.”
Ciao 2019.

Natalia

Seduto sul lato passeggero perché ero troppo giovane per guidare, ma troppo grande per essere definito adolescente.
I finestrini della macchina aperti, il loro compito era rinfrescare il caldo giunto da qualche giorno su questo pezzo di terra chiamato casa.
La mia autista era una donna convinta di aver terminato parte dei suoi impegni con la natura.
Si parlava con serenità  di argomenti poco arguti, di quotidianità , di nulla, si occupava il tempo.
Non so cosa sia passato nella mente della mia compagna di viaggio, non so perché abbia scelto quel momento preciso, così come non so perché io lo abbia stampato in testa come un filmato appena visto, ma all’improvviso e con un tono della voce trasformatosi immediatamente serio:
“Michele sono incinta”
“mamma cosa hai detto?”
“aspetto un altro figlio o figlia.”
Eravamo a circa metà  anno nel momento in cui la notizia è diventata “ufficiale” ed ha autonomamente fatto il suo percorso.
Così come ha fatto il suo percorso anche la nuova vita portata nel grembo di una donna decisa a volersi rimettere in gioco, e ripercorrere strade viste in precedenza già  due volte.
Il tempo scorre.
Fa freddo, l’inverno ha da poco bussato alla porta dell’emisfero boreale, sono le 07,35 di martedì 27 dicembre 1994, squilla il vecchio telefono a disco all’interno di una casa con una famiglia in attesa di quella notizia:
“pronto chi parla?”
“buongiorno è l’ospedale FateBeneAFarliNascereQuiPerchèSiamoIPiùBravi, lei è il Signor Proto?”
“si sono io;”
“sua figlia è nata l’aspettiamo;”
“arriviamo”.
Questa è stata la venuta al mondo di Natalia, mia sorella, la più piccola, la cocca della famiglia, la viziata per definizione, forse.
Natalia è arrivata come un fulmine a ciel sereno e allo stesso modo si è imposta nelle vite di tutti noi.
Ma il destino è beffardo, si sa, ha aspettato che mi affezionassi a questo scricciolo pieno di energia, capace di mettere di buon umore tutti con versi senza senso degni del miglior grammelot d’annata, per decidere poi di allontanarmi da lei.
Il destino ha provato, forse, a testare la capacità  di continuare ad amare anche da lontano.
Il destino ha cercato di testare se fosse possibile per due persone con 17 anni di differenza, distanti 1200 km, senza la possibilità  di avere una quotidianità , se riuscissero a legare, a creare un rapporto stretto, a crescere insieme nonostante tutto, a parlarsi pur essendo di generazioni differenti.
Ci ha provato; ci hai provato destino ma senza riuscirci.
Siamo cresciuti tenendoci per mano pur percorrendo strade in direzioni opposte, vite differenti, tetti diversi a coprirci.
Siamo cresciuti vicino stando lontano, ma oggi siamo due amici che si amano come fratelli.
Litighiamo come una coppia con cento anni di matrimonio alle spalle, ma incapaci di immaginare una vita senza la presenza dell’altro.
Siamo due persone con la vittoria in tasca sul tentativo fatto dal destino di non farci mai incontrare davvero.
Oggi è il 27 dicembre giorno del suo compleanno.
Oggi Natalia è una giovane donna.
E’ diventata grande, cammina con certezza sulla strada della vita, sgomitando in mezzo agli altri per mostrare chi è diventata e quali talenti madre natura le ha messo in mano.
Natalia avrei potuto farti un regalo, ma così risparmio.
Buon compleanno e goditi questo viaggio detto vita.
Ti voglio bene.

Michele

Un giorno come un altro

Trovarsi in luoghi in cui si è costretti a stare forzatamente vicini non ha sempre accezioni negative.
Gruppi inamovibili di sedili uno a fianco all’altro creano un microcosmo capace di rappresentare degnamente una comunità  eterogenea.
Prestando un po’ di attenzione si può giocare a riconoscere chi si ha davanti, chi è, cosa fa o cosa sta pensando.
E’ un gioco divertente anche se è un’intrusione non richiesta da nessuno.
Il personaggio più facile da identificare è il signore alla mia estremità  sinistra.
Il professionista sempre in giro mentre torna dalla famiglia.
Veste con sicurezza la sua divisa d’ordinanza, giacca sportiva portata sul jeans blu scuro, sposato, si nota la fede portata sull’anulare sinistro, padre di due figlie, rivelatore lo sfondo del telefono mentre legge l’Economist.
I suoi pensieri urlano ad alta voce:
“in questi giorni di festa dovremmo fatturare di più”,
ho intravisto un report delle scorte di magazzino proiettato sul portatile lasciato in bella vista sul tavolino davanti a lui, beni conservati in picchiata quindi fatture in più da monetizzare.
Forse è questo il motivo del sorriso spuntato sul viso, come un fungo nato dopo le piogge di settembre, mentre studia il grafico.
Nella fila destra che anticipa la mia, il posto è stato assegnato ad una ragazza.
E’ un posto strategico per chi come me non riesce a fare a meno di guardare nella vita degli sconosciuti capitati per caso sotto il mio naso; posso osservare tutto senza farmi notare, senza pubblicizzare l’intrusione.
Il manuale di psicologia spicciola scritto da “noartri” ed edito dalla casa editrice “luoghi comuni s.r.l.” la definirebbe narcisista.
I pantaloni maculati di colore nero su sfondo nero portati senza alcun sostegno disegnano il corpo privo di imperfezioni, ma necessitano ad ogni movimento di essere sostenuti o rimessi al loro posto.
Un’operazione da fare esclusivamente in piedi in cui le ore passate in palestra sono ben rappresentate, ma preferisco fermarmi qui con la descrizione del movimento, rimango pur sempre un gentiluomo.
Sulla testa una coroncina dal lungo pelo verde, senza alcuna utilità  pratica, ma indubbio quello di richiamare l’attenzione.
Le unghie curate, disegnate, ornate, ma troppo lunghe per usare agevolmente il telefono.
L’aggeggio elettronico mai abbandonato è protetto da una cover, sulla quale è stampata una foto del suo viso abbronzato con sfondo il mare azzurro cornice delle vacanze estive appena superate.
Sullo schermo scorrono gallerie zeppe di autoscatti (lo so adesso va di moda dire selfie ma volete mettere il piacere di usare una parola in italiano), social in cui l’unico soggetto è se stessa, chat usate esclusivamente per trasmettere brevi video di lei in primo piano.
Avete ragione forse sono troppo duro con questa giovane ragazza, in fin dei conti ha il viso pulito e alla sua età  deve ancora completare di riempire la scatola personale di sicurezza di se, svuotandola preventivamente dalle fragilità .
Come non detto.
Ha appena finito di truccarsi, si è scattata l’ennesima foto e l’ha inviata a due ragazzi differenti ma con lo stesso testo:
“amore non vedo l’ora di vederti, sto arrivando”.
Chissà  se passerà  il natale con la propria famiglia, sicuramente parte del tempo sarà  occupata a scartare regali.
Dietro la narcisista è seduta una donna giovane, non ho idea di quale lavoro possa fare, non ha segni distintivi, ma sta passando un periodo duro.
Si trova nella fase in cui la vita ti mette alla prova, ti regala, ed essendo natale non poteva scegliere periodo migliore, la sofferenza dell’anima legata all’amore.
Legge: “Se fa male non è amore autrice Montse Barderi”.
No, non è una lettura usata per occupare il tempo.
Il segnalibro, un biglietto prestampato con su scritto “buon natale mamma”, si trova oltre la metà , le pagine le rilegge più volte, sembra volerle studiare, memorizzare.
Indossa un pantalone troppo comodo per essere elegante e la felpa larga nasconde la visibilità  di qualsiasi forma corporea possa celarsi sotto di lei.
Il colore è unico: nero.
I capelli lunghi sono raccolti alla rinfusa, il viso struccato tradisce notti passate insonni ad ascoltare i brani più tristi mai scritti con l’intento di non schivare il dolore, ma di passarci dentro per anestetizzarlo.
Gli occhi e i lati delle labbra disegnano curve verso il basso mentre deglutisce qualche liquido immaginario.
Avrei voglia di abbracciarla per regalarle qualche istante di calore umano, ma questo oggi non succederà .
Tre persone, così diverse, hanno un denominatore comune fra di loro e con il resto del gruppo di cui anche io faccio parte: passare il natale lontani dalla quotidianità  di tutti i giorni.
Natale.
Cosa sarà  mai il natale se non un giorno come un altro, ma con qualche variante.
Un giorno in cui non si lavora e si mangia seduti attorno a tavoli allungati per l’occasione.
Un giorno dalle strade sgombre, senza traffico e senza fretta.
Natale è un pretesto, una motivazione.
Lo stratagemma per andare a trovare genitori, parenti o amici che normalmente non si ha mai il tempo di vedere.
La scusa per farsi regali, per essere costretti a trasformare le parole in fatti.
Natale è l’attenuante generica usata per azzerare tutti quei “ti voglio bene” accumulati nella mente e non spediti al giusto indirizzo.
Abbiamo bisogno di una motivazione, di una convenzione per riabbracciare le persone importanti.
Natale è un coordinatore eccellente; riesce a muovere masse di persone, merci e sentimenti senza dissipare energie.
Natale è anche il giorno di massima ipocrisia, di sorrisi buttati qua e la solo perché si è “tutti più buoni”.
Natale è un amplificatore.
Amplifica vuoti e crepacci, trasforma il nero in nero profondo, costringe, fermando tutti e estraendoli dalla routine di tutti i giorni, a guardarsi nello specchio che riflette le vesti logore indossate dalla propria pace interiore.
Natale è un bullo, a volte fa finta di non vederti, altre ti colpisce in pieno viso senza usarti la cortesia di ripagarti per sdebitarsi.
Buon natale.

Conoscenza

Il caldo tepore estivo riscaldava l’aria circostante.
L’assenza di nuvole metteva in risalto la luce brillante della luna, impegnata a provare il vestito elegante che avrebbe indossato il giorno di massimo splendore.
Una miriade di piccoli frammenti brillanti, provenienti da quella luna, continuavano a tuffarsi nelle acque immobili del grande specchio d’acqua adagiato pochi metri più in basso.
Il profumo dei fiori sbocciati da pochi giorni riempiva i polmoni cullando lo spirito.
Al lato, una fila ordinata di alberi dalla grande chioma.
Chiome ricolme di foglie vestite con un mantello verde smeraldo.
Avevano un compito da svolgere: provvedere alla sicurezza del posto.
Sembravano un piccolo esercito silenzioso di soldati in grande uniforme, eleganti nella loro formalità .
Sotto di loro una panchina – legno marrone – ed io seduto a concedermi un momento di pace, silenzio, relax.
Da quella posizione riuscivo a scorgere davanti a me un piccolo muricciolo, un trampolino sulle acque del lago.
A rallegrare, rompendo il silenzio del momento, una famiglia di paperotti parlottanti.
In testa mamma papera, a seguire i giovani e disciplinati figlioletti, tenerissimi nei loro goffi movimenti esercitati ancora troppo poco.
Ad interrompere quella quiete, qualche minuto più tardi, due bambini.
Arrivati correndo dal lato opposto al mio.
Il loro traguardo sarebbe stato quel muricciolo, usato al termine della gara come panchina.
Due bimbi come tanti altri.
Lui: visino timido, capelli cortissimi e biondi, se non fosse stato per la giovane età  avrei potuto azzardare quasi argento.
Lei: faccia furbetta, lunghi capelli neri raccolti in una coda disciplinata e qualche anno in meno di lui.
Seduti uno di fronte all’altro, con una gamba poggiata sulla solida pietra e l’altra penzoloni, un escamotage per non rimanere immobili.
Dalla mia posizione di privilegio riuscivo a notare il loro guardarsi negli occhi, ed ascoltare da bravo impiccione la loro conversazione, una scena molto dolce.
“Sei in vacanza?”
“No io abito qui, in quella casa là  in fondo.”
“Io sono in vacanza, con mamma e papà .”
“Quanti anni hai?”
“Dieci.”
“Perché ridi sempre?”
“Perché non mi piace farmi vedere triste.”
“Tu non ridi mai?”
“Solo quando mi diverto.”
Quei due marmocchi hanno continuato il loro scambio di battute con lo scopo di conoscersi fino all’arrivo del gruppetto dei genitori – i disturbatori -.
Come sempre noi adulti abbiamo la capacità  di rovinare i momenti belli dei nostri figli o dei bambini, privandoli giorno dopo giorno della loro naturalezza, semplicità  o ingenuità .
Ristabilita la composizione delle famiglie sono andati via, ognuno per la sua strada.
Mi piace coltivare l’idea di saperli, il giorno dopo o quelli successivi, nuovamente insieme a raccontarsi le loro giovani vite, a giocare insieme, a costruire un’amicizia nata per caso in quel posto a due passi da un lago calmo e sorridente.
Sono ritornato a distanza di mesi su quella panchina.
Nella stagione opposta all’estate.
È tutto cambiato.
Il cielo è così coperto dalle nubi che la luna sembra essersi nascosta dietro una porta d’acciaio impenetrabile.
Gli alberi hanno perso le foglie, non sono riusciti a non farsi colpire dai proiettili del gelo, e infreddoliti attendono l’arrivo della nuova primavera.
Lo specchio d’acqua una volta piatto e sereno ora è in preda ad uno stato di turbamento, rabbia e malinconia continua.
Il profumo ha abdicato il trono in favore di un olezzo irriconoscibile.
La famiglia dei paperotti non si vede in giro, immagino siano abbastanza cresciuti per affrontare la vita in totale autonomia.
Ma soprattutto non ci sono più quei due bambini.
Non so perché ho sperato di trovarli ancora lì, a giocare fra di loro, divertirsi, a passare il tempo con spensieratezza.
Chissà  dove sono, forse a scuola, forse ad allenarsi in qualche sport o a guardare semplicemente i cartoni in TV, ma ognuno occupato con i propri impegni.
Di certo non sono più lì.

A mia figlia

Illustrazione di: Soosh @vskafandre

La prima volta che ti ho vista sembravi un fagottino avvolta in una stretta copertina gialla.
Un pulcino, ma un po’ più grande.
Il visino sereno, gli occhioni aperti a scrutare quel mondo che a breve avresti dovuto affrontare.
Un mondo a volte cattivo, altre meno, ma da vivere.
Ti ho avvolta tra le braccia, ho sentito il tuo profumo, ti ho fissata negli occhi.
Non potevi muoverti, ma sorridevi già .
In quel momento, in quel preciso istante – come un’onda di tsunami – ho compreso cos’è l’amore.
L’amore incondizionato.
L’amore a senso unico.
L’amore donato gratuitamente.
L’amore consapevole di rimanere tale nonostante le sciocchezze inevitabili che farai, nonostante i momenti in cui mi odierai, nonostante non avrai tempo da dedicarmi, nonostante un giorno non sarà  più una tua priorità .
Nonostante tutto, io sarò sempre lì, a tenerti la mano, a sorreggerti, ad amarti.
Perché l’amore incondizionato è così: non necessariamente corrisposto.
Perché l’amore incondizionato è così: non tradisce.
Perché l’amore incondizionato è così: presente, sempre.
E quando l’amore incondizionato giunge nella tua vita comprendi di dover fare un passo indietro.
Un passo indietro per permettere a te, Meli, di guardare avanti avendo la sicurezza di avere le spalle al sicuro.
Per questo, piccola mia, ti assicuro è stato questo il passo indietro più dolce che abbia mai fatto.