Donna con le palle

“Ciao, oggi è davvero una splendida giornata, non trovi?”
“Si guarda, proprio bella.”
“Cos’è successo?”
“Nulla…”
Iniziano così, sempre allo stesso modo le conversazioni in cui ti rendi conto di avere davanti una persona ferita, triste, afflitta.
E’ un copione visto più volte, con la capacità  di ripetersi ad ogni occasione.
Un rituale a cui nessuno è stato permesso di non partecipare.
Ed in quel momento spetta a te la decisione, lo sliding doors dei tempi moderni:
far finta di nulla con un banalissimo “dai, non ci pensare, anche io ci sono passato” oppure decidere di avere davanti il viso di una persona talmente importante da sentire la necessità  di capire, sapere, comprendere.
Non perché si abbia la presunzione di poter risolvere il problema, di essere determinante, ma perché si è consapevoli di avere in mano la ricetta richiesta dal viso che ti guarda: 
togliersi quel peso sullo stomaco, vomitarlo, espellere quel corpo estraneo capace solo di rovinare l’armonia della serenità .
Sai perfettamente cosa ci vuole.
Una piccola spinta al coperchio traballante, in bilico sul bordo di quel vaso di Pandora, con la consapevolezza di lì a poco, di essere travolto da una valanga di neve fresca, gelida, ma pesante.
Decidi di togliere quel tappo, è il punto di non ritorno, dai la spinta.
All’improvviso tutto muta.
Il viso precedentemente scuro diventa madido.
Gli occhi bassi lasciano il posto alle pupille completamente esposte, nerissime.
Le spalle chiuse su se stesse si riaprono permettendo ai polmoni di respirare più profondamente.
Le labbra arcuate si trasformano nel mezzo per tirare fuori il brutto rospo incastrato in gola da troppo tempo.
La rabbia, durante il racconto, diviene l’emozione preponderante, perché regala la forza per ricordare, esporre chiaramente e con la giusta nitidezza il vissuto, l’episodio, l’accaduto.
Allo stesso modo, il luogo che ci circonda diventa uno spazio senza contorni, indefinito, nulla può distrarre l’attenzione dal film a cui stiamo assistendo.
E il racconto si conclude molte volte con una frase precisa, netta:
“…perché io sono una donna (un uomo) con le palle e non crollo.”
Mio malgrado, questa affermazione mi lascia sempre titubante.
Perché?
Perché si sente la necessità  di voler mostrare questa forza apparente?
Perché si sente la necessità  di sembrare imperturbabili?
Come se nessuno ci potesse scalfire, toccare, ferire.
Perché non si può ammettere di essere fragili, di aver bisogno di aiuto, di non riuscire a farcela?
Cosa spinge l’essere umano a voler dare un’immagine distorta di se?
Perché non si può essere semplicemente se stessi?

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